I gesuiti prime vittime della disinformazione

Caro Paolo, nella tua rubrica hai scritto dei «Protocolli dei Savi Anziani di Sion» che «si tratta del primo impiego di un’arma poi rivelatasi di grande efficacia, la disinformazione». Ma i «Protocolli» furono ispirati quasi alla lettera dalle false istruzioni interne e segrete ai gesuiti di cui parla «Le astuzie dei gesuiti», della Pavone, libro appena uscito proprio nelle edizioni del Giornale. Le prime vittime di una campagna mondiale di disinformazione furono, dunque, i gesuiti verso la fine del XVI secolo.


Le false istruzioni per l’uso, i «Monita privata», attribuiti alla Compagnia di Gesù sono certamente un bell’esempio di disinformazione, caro Cammilleri. Espediente per denigrare persone, gruppi di persone, fedi e ideologie vecchio come il mondo. In fondo, se ci pensi, la penna velenosa di Tacito ha tramandato a noi il Tiberio illuminato che governò 250 milioni di sudditi felici nella figura del dissoluto, del marcio satrapo degli ozi di Capri, con contorno di murene antropofaghe e di orge infernali. Così Procopio di Cesarea, che di una basilissa del calibro di Teodora, una riformatrice, diremmo oggi, una donna di considerevole statura politica, ha reso per sempre l’immagine della «porné», un’artista a luci rosse raccattata dall’imperatore Giustiniano mentre batteva sulla via Veneto di Costantinopoli (e il bello è che la diffamò per ripicca - e in saecula saeculorum - perché Teodora, quand’era di coscia lesta, a tutta la nomenclatura bizantina si concesse. Ma a lui, a Procopio, mai). Potremmo seguitare a lungo, elencando i cento e cento libelli «contra» questo o «contra» quello per arrivare, appunto ai «Monita privata», così ben disaminati da Sabina Pavone che non li smaschera certo per falsi, cosa già appurata da tempo, ma ne ripercorre le vicende, dalla loro «fabbrica» alla diffusione e conseguenti contromisure della Compagnia.
Mi chiedo, e chiedo a te, se ebbero, però, l’effetto dirompente - e perdurante nel tempo - dei «Protocolli dei Savi di Sion». Va innanzi tutto detto che nel Seicento la velocità di propagazione della controinformazione, chiamiamola così, era assai più limitata di quella registrata alla fine dell’Ottocento. Le copie in circolazione dei «Monita» si contavano a migliaia; quelle dei «Protocolli», a milioni. In secondo luogo l'apocrifo anti-gesuiti era destinato alle élites, non certo al popolo minuto; aveva come mira la denigrazione della Compagnia agli occhi del potere, non delle masse. Tanto è vero che pur subendone un notevole danno di immagine, i gesuiti, disciplinati perinde ac cadaver, come Ignazio de Loyola pretendeva e molto ferrati nel trattare col potere, alla fine bagnarono, fino a infradiciarle, le polveri del libello. Del quale alla fine dei conti, rimase, nel sentire comune, l'immagine del gesuita subdolo, intrigante, anguillesco. Non è certo poco, ma niente al confronto di ciò che lasciarono - e che tuttora lasciano, basta aver ascoltato le farneticazioni di Ahmadinejad a Roma - i «Protocolli». Non voglio, caro Cammilleri, compilare una sorta di graduatoria di quelle che ho chiamato, forse (senza forse) poco elegantemente, porcate. Ma né tu né io apparteniamo alla congrega dei relativisti e dunque, evangelicamente, uniquique suum.