Tra i ghiacci e le strade d’Islanda dove gli elfi sono specie protetta

da Reykjavik (Islanda)
Le strade islandesi sono un susseguirsi di sassi e curve e montagne verdi che fanno venire pensieri strani. Quella che percorre il perimetro dell’isola - si chiama Route numero uno, la chiamano autostrada - sembra un lungo Raccordo Anulare a due corsie, deserto e senza grossi svincoli. L’oceano da un lato, la lava scura dall’altro, ti porta in luoghi magici di questo Paese senza alberi, luoghi che fanno venire pensieri altrettanto strani, nei giorni di nebbia. Il silenzio è totale, quasi opprimente. Lande spazzate dal vento gelato, abitazioni sparse a casaccio sulla costa tappezzata d’erba e di un ammaliante fiore lilla. Somiglia all’erica d’Irlanda, alla lavanda di Provenza, ma è grosso come un giacinto, forma cespugli che ti arrivano alle ginocchia, profuma di muschio dolce e caffè. Lo scenario è tanto bello che prende lo stomaco e quasi non ci si crede. Non si crede a tanta solitudine, non si crede alle nuvole che corrono, e pare impossibile anche tutta la luce che in estate inonda la campagna giorno e notte.
Poi arrivi in una pittoresca cittadina di pescatori con un nome da stupire qualsiasi linguista: Hafnarfjordur, e scopri che quello che hai rimuginato prima non era fantasia, ma credenza popolare che sconfina nella realtà, malgrado il tuo scetticismo. Ad Hafnarfjordur, 18mila anime non lontane dalla capitale, esisterebbe un castello invisibile chiamato Hamarinn, in cui vive una nobile dama vestita di bianco che convive con gli elfi e le fate. C’è perfino una mappa, distribuita dal locale ufficio informazioni, che indica con puntini colorati le zone abitate da queste creature mitologiche dalle orecchie a punta.
Se chiedi in giro di elfi e draghi, nessuno confessa, omertoso. Ti guardano con quegli occhi azzurri come il cielo dipinto da Michelangelo e poi passano oltre con un sorriso asciutto come aringhe secche. Eppure, in quest’isola nordica alla deriva fra Europa e Americhe, secondo un sondaggio dell’università di Reykjavik almeno l’80 per cento degli abitanti crede nell’esistenza del «popolo nascosto». Un censimento ha stabilito che in Islanda c’è un elfo, uno gnomo o un fantasma ogni 500 abitanti. Vivono in casette costruite dalla popolazione apposta per loro ed è meglio non irritarli. Le vedi, in molti giardini, e ancora riesci a mantenerti lucida. Da queste parti, se durante i lavori di costruzione di strade o edifici dovesse verificarsi una serie di incidenti o contrattempi, la spiegazione viene trovata nel fatto che senza volere si è disturbato un elfo e quest’ultimo si è vendicato con innumerevoli dispetti. La cosa pazzesca è che si provvede velocemente a spostare di qualche metro la zona dei lavori, complice il catasto, con buona pace di tutti, vivi e morti. Tu continui a stare sulle tue, scuoti la testa. Poi però sperimenti i vulcani, lo scricchiolio dei ghiacciai, il tuono delle cascate, la natura che sovrasta tutto, e ti fai prendere dai dubbi.
Le loro saghe, leggende, fiabe, parlano di uomini forti, faide, violenze. Gli islandesi si contendono coi «vicini» norvegesi un eroe nazionale vissuto nel 1200: in pieno Medioevo nordico, un certo Snorri Sturlusson occupava il tempo a scrivere racconti e a coltivare rapporti diplomatici coi suoi futuri carnefici. Intratteneva amici, moglie e numerose amanti in una piscina riscaldata con acqua proveniente da sorgenti geotermiche. Il Paese ne è pieno: i fiumi sotterranei toccano il magma che li surriscalda fino a 200 gradi e li spara in superficie. L’uomo li fa passare dentro le condotte dei termosifoni e ci scalda città e serre.
Sturlusson visse a lungo alla corte dell’allora sovrano di Norvegia come consigliere. Finché quest’ultimo, Hàkon Hàkonarson, non decise che dei suoi consigli non sapeva che farsene, lo chiamò traditore, lo allontanò da palazzo e mandò in Islanda una guarnigione di ottanta uomini incaricati di eliminarlo. L’eroe morì assassinato, lasciando testi monumentali (come la Saga di Egil o l’Edda in prosa) che narrano fatti veri e storie terrificanti sull’origine del mondo, specchio fedele dell’epoca in cui visse.
La letteratura contemporanea è frutto di una società del benessere figlia di Odino, di Thor e dei loro figli e fratelli. Sarà a causa dei lunghi inverni, ma qui c’è abbondanza di lettori, di scrittori e di storia: un decimo della popolazione islandese ha al suo attivo almeno una pubblicazione: scrivono racconti, articoli, poemi e poesie. L’Islanda conta 320 biblioteche per 350mila abitanti. Le voci più note di oggi sono quelle del premio Nobel Halldòr Laxness, nato nel 1902 e morto nel 1998 (L’onore della Casa e Gente indipendente, Iperborea); del «narratore urbano» Pétur Gunnarsson; dell’ottantenne Thor Vilhjàlmsson, che si divide tra l’Italia e la sua terra d’origine (Il muschio grigio arde, Iperborea); di Einar Màr Gudmundsson, che ha dedicato ai piccoli lettori due racconti sul misterioso «popolo delle rocce» (Mondadori).
Elfi e folletti, sì, ancora loro. Ti seguono e ti perseguitano, accompagnandoti fino all’aeroporto di Keflavik. Solo lì, lontana da quelle coste merlettate, con i pensieri già a casa, torni a riordinare fatti e scherzi che gioca la fantasia. Sei quasi certa di averli visti, sicura di averli sentiti sussurrare tra i sassi di ossidiana, ma non lo racconti a nessuno.