I Giochi in un nido d’uccello E Pechino stupirà il mondo

Lo stadio olimpico, un impianto avveniristico, sarà pronto tra un anno. E costerà 300 milioni

Benny Casadei Lucchi

nostro inviato a Pechino

Avrà sì e no vent’anni. Cammina con in spalla uno zainetto macchiato. Scarpe da ginnastica americane rovinate, jeans e maglietta chiara. Ha la faccia di un ragazzo che torna dalla licenza. E’ uno dei settemila operai che lavorano al grande nido d’uccello, the bird’s nest, l’hanno soprannominato: lo stadio olimpico di Pechino 2008.
Sta rientrando in caserma il ragazzo, neppure si ferma a parlare, tanto ha fretta o tanto si sente controllato. Tutt’attorno all’immenso cantiere sono state costruite delle baracche su due piani, con i tetti spioventi, balconi di passaggio, molte finestre. Come squallidi motel di serie C. All’interno, tanti letti a castello, ordinatamente uno accanto all’altro. «Visto come teniamo a loro, così possono riposarsi», spiega la solerte volontaria del comitato olimpico cinese. Non dice che così possono lavorare notte e giorno. Da anni vivono in questo modo, i settemila dello stadio. Il ragazzo con lo zainetto è tornato a «casa» , nell’abitazione che lo accompagnerà fino al dicembre 2007, «quando tutto sarà terminato», assicura la sorridente cinesina.
Su un grande poster racchiuso in una teca all’entrata dell’enorme cantiere stanno impresse le foto sorridenti di personaggi di varia umanità. Sembra il sacrosanto tributo alle vittime della grande opera: sono invece i tecnici cinesi che coordinano il progetto dello studio svizzero Herzog de Meuron, costo complessivo 300 milioni di euro. E se non sono delle vittime, quelle facce sulle foto – viene subito da chiedere -, diteci almeno se ci sono stati problemi o incidenti durante un lavoro così difficile, un’opera che da anni, dal 2003, va avanti giorno e notte? «Non abbiamo dati», la secca risposta.
Il grande nido d’uccello, il National Stadium, questo il nome ufficiale dell’arena da 91mila spettatori che la sera dell’8 agosto 2008 alle 8 e zero 8 aprirà i XXIX Giochi olimpici, che ospiterà la cerimonia di chiusura, tutte le gare d’atletica e la finale di calcio, sarà bellissimo una volta terminato, una volta che sulle immense travi a sezione quadrata larghe cinque metri verrà finalmente stesa una candida vernice bianca; sarà bellissimo una volta che si accenderanno le migliaia di luci rosse che ne schiariranno l’interno. Adesso però, adesso che si ha di fronte solo questo enorme intreccio di travi grigie, la prima sensazione è d’ammirazione e inquietudine assieme. Forse per questo è bastato vedere quattro foto appese su un poster per pensare al peggio.
The Birds’ eye, l’occhio d’uccello, era il nome ufficiale, perché così doveva sembrare visto dal cielo; ma è bastato guardare il plastico per capire che più che un occhio sarebbe diventato un nido fatto di travi enormi che puntano in alto e salgono e s’intrecciano per decine di metri e poi si curvano all’interno, quasi a scomparire, come ad ammorbidirsi all’apice, dando insieme una sensazione di forza e familiarità. Ci sono voluti tre giorni, da giovedì 14 settembre a domenica, per posare il grande nido sul terreno. Perché fin qui, l’intreccio era stato realizzato tenendolo appoggiato su 78 enormi strutture di sostegno. Ma una volta completato, il nido e le sue oltre 40mila tonnellate di peso, sono stati fissati.
A trecento metri, un’altra piccola caserma operaia sta costruendo l’altro fiore all’occhiello dell’Olympic green area: il National Aquatics center. Un affascinante parallelepipedo di 170 metri di lato per 17mila posti. Qui si terranno le gare di nuoto e tuffi. Qui faranno la fila gli spettatori per venire, vedere, toccare. Come ieri i giornalisti, quando hanno scavalcato una piccola recinzione pur di andare almeno a palpare le pareti curve, quasi elastiche, simili a gocce d’acqua che non ne vogliono sapere di asciugarsi. Un lato e un angolo sono completi. Il resto, lo scheletro bianco che sostiene le pareti e circonda l’intera opera, non ancora. Alla fine sembrerà un alveare azzurro di moduli di plastica morbida (etfe, si chiama il polimero).
Questi i gioielli del parco olimpico a nord della città, dove è stata realizzata la maggior parte dei siti, dove sono sorte dal nulla due piccole città, una di 410mila metri quadri per il villaggio degli atleti e un’altra di 460mila per i media. Dove, soprattutto, con un semplice ordine del governo sono state fatte sloggiare seimila famiglie per non si sa dove.