I giochi di potere non si addicono alle donne sagge

Arturo Cirillo firma il felice allestimento delle «Intellettuali» di Molière. Satira di costume in «salsa» barocca

Laura Novelli

Enormi parrucche secentesche che esasperano il gusto del travestimento, bustini rigidi e succinti che evocano atmosfere sado-maso, paraventi di specchio che moltiplicano le traiettorie sceniche delle uscite e delle entrate come fossero un labirinto di quinte e di fondali interno e insieme esterno alla rappresentazione. Bastano questi pochi elementi per farci capire che quanto Arturo Cirillo e la sua affiatata compagnia mettono a segno ne Le intellettuali di Molière (in replica attualmente a India) è un gustoso gioco di teatro nel teatro che affonda le radici nell’impianto farsesco del testo (1672) e che provoca un’esplosione barocca di artifici recitativi e linguistici votata a sdoganare le ipocrisie, il perbenismo, le convenzioni sociali, lo snobismo intellettuale di ieri e di oggi. Con uno sguardo severo (ma ammiccante) sul mondo femminile e su certi bizzarri pruriti «protofemministi» («Les femmes savantes» suona il titolo originale).
Siamo in un salotto borghese, un po’ sartoria per signore e un po’ camerino d’altri tempi, che mescola a ritmo vivace la classica storia d’amore negato e poi coronato con lo spaccato parodistico di un'Accademia letteraria, capeggiata dalla padrona di casa, Madame Filaminta, dove si parla per figure retoriche, si osanna la filosofia, si gareggia in citazioni erudite, si declamano versi altisonanti. Il vuoto più sconsiderato regna dunque sovrano in questa gustosa apologia del nulla che - qui adottata nella traduzione di Cesare Garboli - si addice fin troppo bene ai tempi odierni. Tanto più che Cirillo - regista-attore formatosi alla scuola di Carlo Cecchi - si diverte proprio a smascherare l’impianto metateatrale del testo spingendolo su un registro di «barocco» espressivo che traduce la denuncia in esagerazione formale e parodistica. Stavolta però il suo disegno ludico-rappresentativo sembra farsi più pulito, più rispettoso della scrittura. Come se, dopo la napoletanità febbricitante di Mettiteve a ffa l’ammore cu ’mme (Scarpetta) e de L’ereditiera (Ruccello), egli volesse tentare una strada meno marionettistica e, in definitiva, più classica. Strada percorsa, tuttavia, sempre all’interno di una distorsione/amplificazione fisica ed espressiva che mette seriamente alla prova le qualità interpretative di tutti gli attori, davvero bravi nel rincorrersi a vicenda, nel passarsi le battute come fossero ariose palline da ping-pong. Difficile, ad esempio, non provare simpatia per il bonario pragmatismo del ricco Crisalo (un godibilissimo Giovanni Ludeno) o per la smania «fintamente» muliebre di sua sorella Belisa (animata da un brillante Rosario Giglio en travesti). Difficile pure non accostarsi con lieve divertimento ai vaneggiamenti astrusi e alle schermaglie femminili che contrappongono madre (Filaminta/Sabrina Scuccimarra) e figlie (Monica Piseddu e Antonella Romano), chiamando spesso in causa il romantico Clitandro di Michelangelo Dalisi. Difficile, infine, non trovare nel borioso poeta impostore interpretato dallo stesso Cirillo qualcosa di Tartufo, declinato però verso la caricatura affettata di un miles gloriosus stucchevole e sbruffone che sfodera parole, inchini e leziosità invece della spada.
Le apparenze sono, insomma, il vero bersaglio di questa gustosa commedia. Le apparenze che, oggi più di ieri, assumono sostanza di valori e ideali, celano interessi e giochi di potere, riempiono le stanze della politica e della cultura. Al teatro - sembra dirci l’intenso epilogo dello spettacolo - resta la possibilità di sbeffeggiarle. Di mostrarle riflesse nello specchio della finzione. Di osteggiarle con un urlo. O, ancor meglio, con una risata acre ammutolita sul nascere.
Repliche fino al 2 aprile. Informazioni: 800013390.