I giornali inglesi bocciano Milano ma non è farina del loro sacco

Che la stampa britannica critichi cose e uomini italiani, non di rado con toni sprezzanti, è una «bella» tradizione. Se poi queste critiche arrivano dal più prestigioso quotidiano finanziario potremmo perfino inorgoglirci: «Europe's Cinderella», «Cenerentola d'Europa», così il Financial Times ha definito Milano in un ampio reportage agrodolce in occasione del Salone del Mobile. Cogliendo la contraddizione fra i primati della città in fatto di stile, design, moda e gusto e il senso di incompiutezza urbanistica, estetica e funzionale, di poca attenzione per la qualità della vita (ambiente, trasporti, efficienza), di rinuncia ai grandi progetti e alle grandi ambizioni che una metropoli moderna deve avere. Ma - ed ecco il tocco di dolcezza - arriva l'Expo 2015, occasione unica per recuperare il tempo perduto. Potremmo anche condividere parte dell'analisi se, leggendo il reportage, non fossimo colti dalla sgradevole sensazione che molte critiche non siano farina del sacco dell'autore ma ricavate da una veloce lettura delle più piagnone e autolesioniste pagine di certi giornali nostrani. Proprio negli stessi giorni del Salone del mobile, però, altri grandi quotidiani internazionali, dal New York Times alla Frankfurter Zeitung davano giudizi lusinghieri sulla creatività e la vivacità di Milano. Niente di strano: per il prestigioso FT Prodi era un pessimo presidente della commissione Ue, Berlusconi un pessimo capo dell'opposizione o un pessimo presidente del Consiglio a seconda dei casi. Peccato che il principale quotidiano finanziario internazionale non abbia visto arrivare la spaventosa crisi economica nella quale ci troviamo, catastrofica soprattutto per i mercati anglosassoni che l'hanno originata e a cui FT fa riferimento. Va da sé che l'articolo è stato subito ripreso dai giornali nostrani specializzati in piagnisteo e autolesionismo milanese, quegli stessi che sostengono chiunque, usando un improprio potere d'interdizione, blocchi anche il più modesto dei progetti, dai «comitati spontanei» ai sovrintendenti alle corporazioni organizzate al Tar alla burocrazia: i veri responsabili dei ritardi di Milano.