I giornali Usa: «Innegabile il genocidio degli armeni»

Maxi iniziativa editoriale negli Stati Uniti per documentare su dvd gli eccidi compiuti dai turchi

Il genocidio degli armeni non è più un’opinione (se mai lo è stato). È un fatto storico. Un incontestabile, atroce accadimento storico. E se ai turchi non piace sentirselo dire, pazienza. La realtà dei fatti non cambia. Da ieri, la sostanziale cancellazione di quel popolo a opera del governo turco dell’epoca (era il 1915) è verità conclamata anche per i principali organi di informazione americani, che sul punto avevano tenuto fin qui un atteggiamento prudente. Ha cominciato il settimanale Time, che nel suo ultimo numero regala ai lettori un Dvd intitolato, senza infingimenti, «Il genocidio armeno». È un documentario di 52 minuti (in francese o in inglese, a scelta) girato dal regista francese Laurence Jourdan, cui fanno seguito 46 minuti di intervista allo storico, anche questi francese, Yves Ternon. Cinquantadue minuti per sunteggiare la storia e il contesto geopolitico in cui il massacro di un popolo (un milione e mezzo di vittime, secondo le stime più accreditate) venne compiuto. E 46 minuti di intervista per dire che il negazionismo dei turchi ha la coda di paglia.
Sulla stessa linea di Time (informa la rivista) hanno deciso di collocarsi il New York Times, il Los Angeles Times, il Boston Globe, la Montreal Gazette e altri, non nominati, «importanti gruppi editoriali». Insomma: un cambiamento di prospettiva storico, per la stampa statunitense. A pagina 5 dell’autorevole settimanale americano, che offre allo sguardo del lettore un grande, desertico pianoro caucasico, vasto come un cimitero, qualche riga di accompagnamento al Dvd. Per ricordare come la sostanziale impunità di quel genocidio, trent’anni più tardi, suggerì a Hitler lo sterminio degli ebrei. «Chi si ricorda oggi del massacro degli armeni?» domandò retoricamente ai suoi gerarchi il führer prima di imbarcarsi nella sua campagna di sterminio. Era la fine di agosto del 1939, ricorda Time. Lo stesso Atatürk, padre fondatore della Repubblica turca condannò il regime dei Giovani Turchi per la deportazione e il massacro di «milioni di cittadini cristiani». Si trattò, né più e né meno, dell’«assassinio di una nazione», come ebbe a definirlo l’allora ambasciatore americano a Costantinopoli, Morghentau.
Con la Shoah è stato facile da subito. Lì sono tutti d’accordo, fatta eccezione per un manipolo di estremisti e per qualche storico ideologizzato. Col genocidio degli armeni è andata diversamente. Non era politicamente corretto parlarne. Ancor oggi, nominare lo sterminio di quella comunità cristiana caucasica, colpevole solo di esistere, con le sue chiese e i suoi monasteri, vuol dire irritare i turchi, «che da decenni profondono soldi, energie e uomini in un’opera costante di negazione». Così i giornali che scrivono di «genocidio armeno» ricevono puntualmente piccate smentite dalle ambasciate di Ankara. Ma soprattutto in Turchia è proibito parlarne: chi lo ha fatto, come scrittori o giornalisti, è finito alla sbarra o addirittura in carcere per offesa all’identità della nazione. Il genocidio armeno è stato argomento sgradito anche ai potentati economici di ogni colore, sensibili al miraggio di un potenziale mercato di decine di milioni di consumatori. Ma era politicamente scorretto, parlare di genocidio armeno, anche perché la Turchia rappresenta, insieme con Israele, uno dei due alleati «strategici» degli Usa nel Mediterraneo. Col risultato, paradossale, di vedere un governo «negazionista» (quello di Ankara) difeso proprio da coloro che più esecrano il negazionismo, o il «dubbismo», quando di mezzo c’è la Shoah. Da oggi, per la stampa americana, si cambia. Nella convinzione - ma questa è una supposizione di chi scrive - che liberarsi del fardello morale di quella pagina sanguinosa, per la società turca che aspira all’Europa, possa tradursi in un appoggio aperto a quelle forze filo occidentali che si battono per una democrazia reale contro la deriva filo islamica che si respira sul Bosforo.
Il genocidio (termine che sarebbe stato coniato solo nel secondo dopoguerra) venne pianificato dal Triumvirato dei Giovani Turchi che negli armeni vedevano dei possibili alleati dei russi, allora nemici di Ankara. Il meccanismo dello sterminio era sempre lo stesso. Prima toccava agli uomini, che venivano raggruppati, tradotti e uccisi. Poi veniva il turno delle donne, dei vecchi, dei bambini, che venivano avviati versi i campi della morte nel deserto siriano. Una «soluzione finale» anche più efficace di quella escogitata dai nazisti.