"Al piano 8 ore al giorno. ​Quanto ho odiato papà"

È il musicista del momento e per farcela ha dovuto sudare: "Mi esercitavo continuamente. Ho lottato: volevo la mamma ma mi dicevano che dovevo pensare alla carriera"

Quando venne alla ribalta, Lang Lang colpì per la sua storia d'artista cresciuto a pane e pianoforte, lontano dalla madre che regolarmente inviava il magro stipendio a Pechino dove il marito si era trasferito per badare al prodigioso figlio. Nato a Shenyang, nel Nordest della Cina, è lui il pianista del momento. L'artista, trentatreenne, cavalca l'onda inarrestabile della superpotenza asiatica. Pluridecorato, in patria e fuori, è concertista dai cachet d'oro, abile a pescare con disinvoltura le suggestioni del pop e del rock. Il 30 aprile era a Milano, in piazza Duomo (con Bocelli, Garrett, Damrau, Frittoli...) per il concerto di inaugurazione di Expo. Quindi a Firenze e il 30 giugno al teatro Arcimboldi di Milano.

Che effetto le fa suonare nelle piazze e nelle arene, lontano dai riti e silenzi sacrali delle sale di musica classica?

«La piazza fa circolare un'energia particolare e diversa rispetto a quella di un auditorium. Certo, l'acustica non è paragonabile a quella di una sala da concerto, ma le vibrazioni che dal pubblico salgono sul palco e raggiungono l'artista sono incredibili. Anche se piove, la gente non se ne va, apre gli ombrelli e rimane fino all'ultima nota».

Assieme a lei, fra gli altri, c'era Andrea Bocelli, forse il cantante italiano più noto al mondo?

«Andrea è un amico. Abbiamo suonato assieme parecchie volte. Mi colpisce la sua profonda curiosità che poi comunica con la musica».

L'Expo 2015 è dedicata al cibo e alla sostenibilità dell'ambiente. Si considera un artista sostenibile?

«Cerco di rispettare l'ambiente, tutti abbiamo questo dovere. Al momento la Terra è l'unico pianeta dove poter vivere, quindi preserviamolo. Cibo e cucina sono le mie passioni di sempre. La cucina italiana, poi, è straordinaria: ogni regione ha sue specialità e peculiarità. Più in generale, mi affascinano un po' tutte le cucine anche perché riflettono la cultura e anima di un popolo».

Nella biografia definisce il suo pianismo «emotivo». Nel senso che è pianista più di cuore che d'intelletto?

«Per me è essenziale entrare in contatto con il pubblico, comunicare. E la comunicazione musicale passa per forza attraverso il canale delle emozioni. È in questo senso che considero “emotivo” il mio pianismo».

Ai suoi concerti spesso si mobilitano le comunità cinesi che vedono in lei un vero e proprio simbolo, il loro orgoglio. Lei sente questo orgoglio cinese?

«La Cina è il mio Paese, e da quando sono diventato un globe trotter è determinante tornarvi regolarmente. Sono orgoglioso della tradizione culturale cinese, dei tesori paesaggistici e culturali, ma ciò che più di tutto esercita attrattiva su di me è la gente e la cucina».

Il Time la definì simbolo della gioventù cinese. Che opinione s'è fatto dei giovani della rampante Cina, soprattutto se paragonati ai ragazzi d'Occidente?

«I giovani cinesi sono affamati d'opportunità, quindi si pongono obiettivi alti. Nel mondo occidentale i giovani sono mediamente più rilassati. Cambia anche il sistema dei valori».

Forse troppo competitivi?

«Competere non è negativo se si agisce con logica e buon senso. La cosa importante è che non vi siano forzature, che prevalga il desiderio di esprimere il proprio talento».

E in questo senso lei è un modello per la popolazione di pianisti cinesi...

«So di essere un idolo per le giovani generazioni, e confesso che la cosa mi piace ma allo stesso tempo spaventa. Ho una grande responsabilità».

Cosa si augura per il suo Paese?

«Vorrei che in Cina proseguisse la crescita economica degli ultimi anni. Desidero che continui il cambiamento in atto traendo anche ispirazione dalle diverse forme di società del mondo».

È stato un ragazzo prodigio, considerato fra le promesse della Cina. Pur se piccolo, percepiva questa responsabilità?

«Avevo 12 anni quando vinsi il mio primo concorso internazionale a Ettlinger, in Germania. Prima di questo ci furono anni di frustrazioni e sfide perché la mia insegnante di pianoforte continuava a dirmi che non avevo talento. Stavo praticamente per abbandonare gli studi. Sono stati anni di lotte continue con me stesso, non c'era spazio per altri pensieri. Poi ero a Pechino con papà, ma mi mancava la mamma, sentivo la nostalgia di casa, ma dovevo star lì per rincorrere la carriera... mi spiegavano».

Un papà molto esigente, tra l'altro.

«Io e mio padre abbiamo vissuto momenti agitati. Cercò di spegnere la mia autostima quando l'insegnante mi respinse. Era instancabile, mi faceva esercitare continuamente. A un certo punto mi abituai all'idea di odiarlo. Poi, col tempo, e dopo attente analisi, ho capito quanto aveva inciso sui miei successi scolastici e di carriera. Ci siamo rappacificati tanto tempo fa, ormai, ed ora la nostra relazione può dirsi buona».

Quanto tempo la faceva studiare?

«Almeno otto ore al giorno».

Ha avuto un'infanzia povera. Ora che è pianista dai ricchi cachet, che rapporto ha con il denaro?

«Sono molto consapevole del valore del denaro, ecco perché non amo sprecarlo».

Un appartamento a Pechino e l'altro a New York. Dove si sente a casa?

«New York è una città incredibile, eccitante, e piena di energia. Ma è a Pechino che mi sento a casa. Mi sento molto vicino al mio Paese. Sono sempre in viaggio, vivo tra teatri, hotel e aerei. Sono una persona curiosa, mi piace imparare dalle diverse culture, ma ammetto che quando sento l'esigenza di sentirmi coccolato, ovunque sia, vado in un ristorante cinese. Questo mi basta per caricarmi di energie fisiche e mentali».

Cosa pensa dei pianoforti cinesi? C'è ancora molta strada da fare, giusto?

«Sono ancora lontani dagli standard dei pianoforti occidentali. I miei preferiti, come tutti sanno, rimangono gli Steinway».

Dopo i concerti con i Metallica, Psy, Pharrell Williams..., sta pensando ad altre collaborazioni pop-rock?

«Sono collaborazioni che nascono spontaneamente, mi piace rimanere aperto a nuove esperienze. Non so che altra idea spunterà. Sono curioso di me stesso».

Cosa ha imparato da tutti questi colleghi?

«Ad allargare le vedute. Sono esperienze uniche, è opportuno farle di tanto in tanto. E poi ci si diverte parecchio».

Il World Economic Forum di Davos l'ha nominata fra i 250 Young Global Leaders . Un ruolo che le piace?

«Sì, mi sento a mio agio in quei panni. È un ruolo che dovrebbe essere assunto da tutti quelli che sono nella posizione di migliorare il mondo. La mia Fondazione occupa gran parte del mio tempo ed è molto importante per me».

La Fondazione, un'agenda fitta, sempre in giro per il mondo. Trova il tempo per dormire?

«Sono molto fortunato. Riesco a dormire ovunque sia: in aereo, hotel, auto. In questo modo, riesco sempre a ricaricarmi e recuperare».

E quando e soprattutto dove riesce a studiare?

«Alloggio negli hotel che mi possono assicurare la presenza di uno Steinway. Io, poi, ho sempre lavorato sodo, i ritmi non sono cambiati. Sono abile nell'ottimizzare anche i secondi».

Tempo fa osservò che un pianista, prima o poi, deve lasciare la Cina e studiare altrove. Sempre convinto o sono cambiate le cose nel frattempo?

«In Cina ti puoi creare un solido bagaglio tecnico, ma poi devi espatriare per svilupparti come interprete, devi soggiornare nelle città che hanno conosciuto una certa storia della musica, Milano, Parigi, Vienna, Berlino...».

«Credi in te stesso e segui le tue aspirazioni». Lei cita spesso questo motto: è una massima cinese o di Lang Lang?

«È ciò che penso. Credo che sia opportuno fare quello che si ama, coltivarlo con disciplina e fiducia in sé. Capita di vedere ragazzi dotati, ma con scarsa autostima, così comprimono il loro talento, peccato».

Lang Lang è un marchio. Quante persone lavorano per mantenerlo al top?

«I numeri esatti mi sfuggono. Diciamo una serie di persone fra Cina, Stati Uniti ed Europa».

Commenti
Ritratto di Ausonio

Ausonio

Lun, 11/05/2015 - 11:51

Grande popolo. Con una forza che hanno in pochi ormai: 1) compattezza etnica, il 94% sono Han e 2) 5000 e passa anni di grande civiltà. Quando Roma era ancora un villaggio, loro avevano l'Impero.