I «giovani leoni» di Fatah preparano la resa dei conti

I miliziani scendono in piazza e chiedono sparando le dimissioni di Abu Mazen. Il ministro dissidente Nabil Amr, che accusò anche Arafat di corruzione, non esclude il golpe interno e lancia l’ultimatum: hanno 48 ore per farsi da parte

Gian Micalessin

da Hebron

La notte dei lunghi coltelli è già iniziata. Nelle piazze e nella torre del comando. A Gaza i militanti armati e le milizie di Fatah assediano la casa del presidente Mahmoud Abbas, sparano in aria, chiedono le sue dimissioni. Qui ad Hebron, a Ramallah a Nablus e nel resto della Cisgiordania i vecchi baroni «trombati» e i «giovani leoni» rimasti a bocca asciutta puntano il dito contro quel presidente troppo debole, troppo accondiscendente, troppo inconcludente. Tutti insieme esigono rimedi, purghe e cambiamenti. Tutti insieme li vogliono drastici, concreti e repentini. «Abu Mazen è il principale responsabile di quanto è successo. Deve riunire il Comitato rivoluzionario di Fatah, deve portare la crisi ai vertici, assumersene tutta la responsabilità prima che questa sfoci nelle piazze e ci trascini nel caos». Il 58enne ministro Nabil Amr è di nuovo il grande dissidente. Quando c'era Yasser Arafat, Nabil era la voce degli scandali e sul raìs e sulla «cricca» di governo dell'Anp le accuse cadevano a vagonate. La più frequente si chiamava corruzione.
Quella cricca l'ex giornalista Nabil Amr la conosce bene. Catapultato dalla direzione del quotidiano ufficiale dell'Anp in parlamento e a fianco del raìs come consigliere per l'informazione, Nabil si ritrovò ministro dell'Informazione durante il governo di Abu Mazen del 2003. Le cariche ufficiali non lo salvarono dai proiettili. Nel luglio 2004, dopo un'intervista in cui accusava nuovamente di corruzione Arafat e i vertici dell'Anp, si ritrovò con un sicario appostato davanti alla finestra del salotto e una gamba maciullata dalle pallottole. Salvato per miracolo, attese la morte del raìs e tornò, senza più la gamba destra, a ricoprire la carica di ministro sotto Abu Mazen. Questa volta azzoppato, ma silenzioso, ha rimesso il posto da deputato. Per scavalcare i «magnifici nove» di Hamas, che qui a Hebron han fatto piazza pulita dei seggi, non gli sono bastate 43mila preferenze. Ma ora Nabil Amr non ci sta più.
«Abu Mazen, vuole prender tempo, vuole studiare la situazione. Ma la situazione è drammatica, se aspettiamo ancora ci esploderà tra le mani. Quando ho chiesto la riunione del Consiglio Rivoluzionario mi hanno detto di attendere qualche giorno: io ho concesso 48 ore. Il presidente e la dirigenza di Fatah devono accettare il nostro ultimatum. Altrimenti dovranno affrontare allo stesso tempo la rabbia della piazza e le nostre durissime accuse. E allora credetemi non sarà facile».
L'idea di un putsch, di un golpe interno dei giovani colonnelli di Fatah, è nelle parole di Nabil Amr qualcosa di più di un'ipotesi. «Dobbiamo formare un gruppo d'emergenza per ricostruire Fatah ed evitare che il trauma psicologico di questa sconfitta demoralizzi tutta la nostra base portandoci alla fine di Fatah». Nabil Amr è convinto di avere dietro di sé la maggior parte del partito. «Nel consiglio rivoluzionario la maggioranza dei 130 membri è pronta a mettere sotto accusa il presidente e i suoi principali collaboratori. Dopo la sconfitta del 25 gennaio non esiste più la vecchia guardia, non esistono più i giovani leoni, esistono solo i riformisti. Bisogna solo organizzare questa rabbia e questo senso di ribellione definendo tattiche e obiettivi. Prima di tutto bisogna democratizzare il partito e cambiare la dirigenza attraverso elezioni interne».
Per fermare la rivolta, Nabil Amr e i suoi riformisti chiedono la convocazione della sospirata Sesta conferenza, il congresso di Fatah in teoria quinquennale, mai più convocato dal lontano ’89. «Soltanto dopo il rinnovo di tutti i vertici la dirigenza potrà dirsi nuovamente legittima». Ma prima di ogni cosa Nabil Amr pretende di bloccare il via libera del presidente a un governo di unità nazionale. «L'ipotesi di un governo di unità nazionale non deve neppure venir presa in considerazione. Hamas ha vinto le elezioni e deve dimostrarsi in grado di gestire tutte le questioni interne e internazionali. Quando in passato li abbiamo invitati a entrare nell'Anp hanno sempre rifiutato. Ora non possono chiederci di fare il lavoro sporco per loro. Si devono accomodare al proprio posto e dimostrare di sapere fare il proprio dovere. È il loro momento di dimostrare come si mettono in pratica le promesse elettorali. Se Hamas manterrà la metà delle promesse vivremo nell'epoca d'oro della nazione palestinese e saremo tutti felici. Ma io purtroppo non credo ai miracoli. Qui siamo in Palestina, non in Turchia e Mahmoud Zahar, con tutto il rispetto, non mi sembra ancora pronto a trasformarsi in un nuovo Erdogan».
Vada come vada il primo a subirne le conseguenze secondo Nabil Amr sarà il presidente Abu Mazen. «Diventerà il simbolo e il martire dell'inadeguatezza di questo sistema copiato dal modello francese. Qui siamo in Palestina e un presidente non può sopravvivere a un governo che gli rema contro. Certo il nostro caro presidente cercherà come sempre di gestire ogni cosa e trovare una soluzione, ma alla fine sarà sempre lui a pagarne il prezzo. I suoi equilibrismi potranno durare sei mesi al massimo, ma alla fine il sipario cadrà e lui dovrà dimettersi. Se fossi al suo posto avrei già convocato le presidenziali e non mi sarei concesso più di sei mesi di tempo per assecondare il governo di Hamas».