I giovani ribelli di Martone: la «meglio gioventù» dell’800

Il regista torna sul set per girare «Noi credevamo» che racconta vita e passioni di tre patrioti italiani, sventati e romantici, pronti a tutto in nome degli ideali

da Roma

E se fosse La meglio gioventù del nostro Risorgimento? Mario Martone e Giancarlo De Cataldo stanno finendo di scrivere Noi credevamo. Si direbbe proprio il film che Ciampi, dal Quirinale, chiese ripetutamente al cinema italiano. A suo modo un kolossal, diviso in quattro quadri, trent'anni e passa di storia patria, dal 1830 al 1863, visti con gli occhi di tre giovani patrioti italiani, «giacobini», sventati e romantici, pronti a tutto per l'ideale: ad armarsi di pugnali e bombe per uccidere i tiranni, a ordire congiure, a eliminare i «traditori», a patire il carcere. Titolo bello e simbolico, Noi credevamo, che pare alludere a una stagione della vita, anche dell'impegno politico totale, destinata a soccombere sotto i colpi della ragion di Stato.
Difficile dire se Martone, al suo ritorno sul set tre anni dopo lo sfortunato L'odore del sangue, intenda brechtianamente alludere all'Italia del secolo successivo: magari agli antifascisti degli anni Trenta, ai brigatisti dei Settanta. «Non mi interessano paragoni schematici. Mi piace la stoffa di questi cospiratori, oppressi davvero», taglia corto, spiegando di essersi via via «appassionato a pagine di storia che non conoscevo bene, in parte affogate nella pallida memoria scolastica». Impossibile strappargli altro dalla bocca. Se non che Luigi Lo Cascio sarà uno dei rivoluzionari cresciuti abbeverandosi alle idee mazziniane; e tutti e tre, alla fine, dovranno confrontarsi con una giovane principessa, colta e progressista, quasi una protofemminista, conosciuta in suolo di Francia.
Primo ciak ad agosto, produzione italo-franco-svizzera, con Raicinema e Feltrinelli in primo piano, più un fondo di garanzia ministeriale di quasi 2 milioni di euro. Inutile dire che Martone e De Cataldo, nell'affrontare l'argomento non proprio alla moda, hanno consultato documenti e volumi, intervistato storici, rivisto ogni film legato a quel periodo: da Allonsanfan e San Michele aveva un gallo dei Taviani a Viva l'Italia e Vanina Vanina di Rossellini, passando per 1860 di Blasetti. «Un'immersione totale nell'iconografia risorgimentale», sorride il giudice-scrittore di Romanzo criminale. «L'impianto è ambizioso, la sfida è di rievocare un passato eroico non così lontano per suggerire anche una riflessione sull'Italia di oggi, un Paese che spesso mi sembra senza memoria», spiega De Cataldo. Che non disdegna affatto fiction recenti come Eravamo solo mille. Chiediamo se il legame con La meglio gioventù abbia senso. «Può essere, ma se esiste non è consapevole».
Eppure, nelle forme di una narrazione ampia, Noi credevamo prende i suoi personaggi da giovani, partendo dal Cilento dei Borboni, per approdare alla Parigi salottiera dei «rifugiati», alla Ginevra mazziniana, alla Sicilia dei Mille, in un intreccio di sventure, amori, viltà e prove di coraggio, infatuazioni socialisteggianti e sconfitte politiche. «L'unico ad aver fatto sul serio l'unità d'Italia è Cavour, se poi l'ha fatta bene o male è un altro discorso», commenta De Cataldo, pur dichiarandosi, come il protagonista Domenico, fedele agli ideali imperituri di «Giustizia e libertà».
Sarà curioso vedere come il regista di L'amore molesto riuscirà a governare i destini dei suoi eroi insurrezionalisti, intrecciandoli - a mo' di affresco - con le mosse di personaggi realmente vissuti: Carlo Poerio, Carlo Pisacane, Saffi e Menotti, Felice Orsini, Urbano Rattazzi, Garibaldi. Soprattutto Mazzini: di nero vestito, murato vivo in un febbricitante carisma.