«Con i giovani è rischioso ma sono Fortunato»

L’AlbinoLeffe ha soltanto 13 anni di vita, eppure da 9 stagioni milita in serie B. Una sorta di miracolo. Dopo la travagliata conclusione del campionato scorso, con la malattia dell’allenatore Emiliano Mondonico e la salvezza conquistata nello spareggio con il Piacenza, la società del presidente Gianfranco Andreoletti ha risolto il problema panchina promuovendo il «secondo» Daniele Fortunato. Classe 1963, centrocampista di razza nell’Atalanta guidata da Mondonico (era il 1987), passo non proprio rapido ma intelligenza tattica, personalità e capacità di dettare il gioco. Insomma, il classico «allenatore in campo». Fatale che una volta conclusa la carriera da giocatore (dopo brillanti passaggi nella Juventus e nel Torino), cominciasse quella di tecnico (Cosenza, Cuneo, Ivrea, Pergocrema). Nel 2010 Mondonico lo ha chiamato di nuovo al suo fianco alla guida dell'AlbinoLeffe. Adesso tocca a lui continuare, da solo, con il compito di aggiungere un altro capitolo al miracolo. Fortunato ne è consapevole: «La permanenza in serie B per una società come la nostra è sempre un’impresa».
Come si è trovato la scorsa stagione catapultato in questa categoria da un giorno all'altro?
«Di esperienza ne avevo già tanta alle spalle: non è che sia poi diverso allenare una squadra in serie C o in serie B. Mi riferisco all'allenamento in sé. Naturalmente le responsabilità sono maggiori e di conseguenza anche la pressione, ma devo dire che non ho vissuto l’impegno in modo traumatico».
Quest'anno è stata fatta la scelta di “svecchiare” la squadra, puntando sui giovani.
«Si è trattato di una scelta societaria che risponde a un’esigenza economica. Ho accettato la decisione, ma ringrazio tutti i miei “vecchietti” che, pochi mesi fa, hanno contribuito alla salvezza e che, se fosse dipeso da me, sarebbero ancora qui con noi. Nutro la forte convinzione che debbano giocare quelli più bravi, vecchi o giovani, ma mi rendo conto dei costi, perché qui bisogna stare attenti a spendere anche solo mille euro. Detto questo, a me piace molto lavorare con i giovani».
Anche se è più rischioso?
«Infatti credo che il prossimo sarà per noi il campionato più difficile. Comunque sono fiducioso: i giovani hanno molto entusiasmo e si spendono di più, mentre, magari, il giocatore più esperto ha perso quella spinta. Ciò che non deve mai mancare è la voglia, l'impegno, il desiderio di migliorare. Senza queste qualità non ha senso che giochino nell'AlbinoLeffe».
Ha lavorato diversi anni con Mondonico, quali insegnamenti ha ricevuto?
«Con Mondonico ho passato momenti difficili ed importanti, sia come giocatore sia come allenatore. Sono state stagioni non facili, ma, alla fine, abbiamo sempre centrato gli obiettivi prefissati. Se le cose sono andate così, un motivo ci sarà!».
Ora il suo secondo è Mirko Poloni, come vi trovate insieme?
«La passata stagione eravamo i due secondi di Mondonico. Tra noi c'è sintonia. Poi ho chiamato come collaboratore tecnico Ruben Garlini, uno che, come Poloni, ha passato la carriera nella “celeste” e che conosce meglio di chiunque lo spogliatoio. Lo staff si completa con Sergio Bizioli, che è il preparatore atletico, e Giorgio Rocca, l'allenatore dei portieri. L’intesa tra noi è perfetta».
Come spiega che l’AlbinoLeffe sia simpatica a molti, ma seguita da pochi tifosi? Lo scorso stagione gli abbonati erano 1321, per uno stadio con 25.000 posti. Anche nei play-out le curve sono rimaste deserte.
«È vero, molti tifosi atalantini simpatizzano per l'AlbinoLeffe, ma certo il tifo è cosa ben diversa. Io credo che i bergamaschi che amano il calcio dovrebbero scoprire questa squadra, che lotta ogni partita a denti stretti contro avversari più famosi e economicamente più potenti. Speriamo che ci vengano a vedere e noi faremo di tutto per convincerli a tornare. Ma in questo momento c’è un ritorno che ci sta più a cuore, è quello di Mondonico che si sta riprendendo, dopo il secondo intervento chirurgico, a San Pellegrino. Lo aspettiamo tutti a braccia aperte».