I giudici assolvono le vignette su Maometto

Pesanti critiche del mondo arabo alla sentenza: «Riflette l’odio per l’Islam»

Andrea Tornielli

«I musulmani non sono stati diffamati dalle vignette su Maometto». Un anno dopo la pubblicazione dei fumetti satirici sul profeta dell’islam nelle pagine del quotidiano danese Jyllands Poste, che provocarono all’inizio del 2006 violente proteste, con scontri e vittime, in molti Paesi del mondo musulmano, il direttore e il caporedattore del giornale sono stati assolti. «La caricature - si legge nella sentenza del tribunale - non avevano un carattere di offesa nei confronti di Maometto o dell’islam, anche se il testo di accompagnamento poteva rivelare disprezzo o derisione. Naturalmente non si può escludere che i disegni abbiano offeso alcuni musulmani, ma non è una ragione sufficiente per ritenere che le vignette fossero destinate a insultare o a creare pregiudizi che potrebbero danneggiare la posizione dei musulmani nella società».
Il direttore del Jyllands Poste, Charsten Juste, e il caporedattore delle pagine culturali Flemming Rose erano stati denunciati per diffamazione, sulla base della severa legge vigente in Danimarca contro il razzismo e la blasfemia, da sette diverse organizzazioni musulmane danesi. Il portavoce della «Società islamica danese», Kasem Said Ahmad, ha dichiarato alla radio pubblica «Dr» il suo «disappunto» per la decisione dei giudici e ha annunciato che presenterà ricorso all’Alta Corte. Juste, invece, non si è mostrato sorpreso per la sentenza che l’ha mandato assolto: «Qualsiasi decisione diversa - ha affermato il direttore del quotidiano - sarebbe stata un disastro per la libertà di stampa e la possibilità per i media di svolgere il proprio ruolo in una società democratica». Tuttavia Juste ha ammesso che il caso è destinato a durare a lungo: «Esistono persone fondamentaliste e radicali che non vogliono che la questione sia chiusa, ma che vogliono usarla per creare e mantenere le divisioni». I querelanti avevano chiesto un risarcimento di centomila corone (circa 13mila euro), e si erano rivolti al tribunale lo scorso marzo, dopo che la Procura generale danese si era rifiutata di procedere d’ufficio. La sentenza del tribunale ha suscitato pesanti critiche anche nel mondo arabo. Il parlamentare giordano Mahmoud al Kharabshe ha parlato di «decisione politica che riflette l’odio per l’Islam e per gli islamici».
Come si ricorderà, la pubblicazione delle vignette raffiguranti il profeta dell’islam - del quale la sharia proibisce qualsiasi riproduzione iconografica per scoraggiare l’idolatria -, riprese da molti giornali occidentali, aveva causato disordini violenti. La protesta si era diffusa in vari Paesi con assalti e incendi contro le ambasciate occidentali. Le proteste erano state definite «giustificate e persino sante» dall’ayatollah Khamenei, guida della rivoluzione iraniana.
Sporadici attacchi erano avvenuti anche contro chiese cristiane, in particolare in Libano. Il 20 febbraio scorso, sulla vicenda era intervenuto anche Benedetto XVI, che ricevendo il nuovo ambasciatore del Marocco presso la Santa Sede aveva detto che la «Chiesa cattolica resta convinta che, per favorire la pace e la comprensione tra i popoli e gli uomini, è necessario e urgente che le religioni e i loro simboli siano rispettati e che i credenti non siano oggetto di provocazioni che feriscono i loro pensieri e i loro sentimenti religiosi». «Ma l’intolleranza e la violenza - aveva aggiunto il Papa - non possono mai avere giustificazione come risposte alle offese, perché non sono risposte compatibili con i sacri principi delle religioni; è per questo - continuava - che non si può non deplorare le azioni di coloro che approfittano deliberatamente dell’offesa causata ai sentimenti religiosi per fomentare atti violenti, tanto più che ciò accade per scopi estranei alla religione».
Papa Ratzinger era sembrato riferirsi proprio al caso delle vignette islamiche lo scorso settembre, durante il viaggio in Baviera, quando a Monaco aveva parlato dei popoli di Africa e Asia che si sentono minacciati nella loro identità non dalla fede cristiana, «ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà».