I giudici ci ripensano: il processo Contrada non si deve riaprire

Contrordine, il processo Contrada non s’ha da rifare. Anche se la Corte d’Appello di Caltanissetta aveva detto sì, che dopo 19 anni qualcosa da rivedere c’era, tanto che era stata convocata una pubblica udienza per rivedere il caso. Anche se un fatto nuovo in effetti era spuntato nell’odissea giudiziaria dell’ex funzionario del Sisde condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa: le accuse di un ex pentito, Vincenzo Scarantino, scoperte però dalla difesa di Contrada solo dopo che il pm che l’aveva ascoltato, il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, ne aveva parlato in un libro. Anche se sembrava davvero che, questa volta, fosse fatta, perché le precedenti richieste di revisione del processo - quattro - erano state rigettate sì, ma con ordinanza in via preliminare, e non era mai accaduto che si facesse una vera e propria udienza.
E invece, ieri, a Caltanissetta, è avvenuto anche questo. La Corte d’Appello, sentite le parti, ha dichiarato inammissibile la richiesta di revisione. La decisione, in realtà, era nell’aria, dopo che nei giorni scorsi era stato detto «no» alla sospensione della detenzione domiciliare, chiesta dal difensore dell’ex 007, l’avvocato Giuseppe Lipera. Il «pollice verso», è arrivato in tarda mattinata. Le motivazioni, invece, si conosceranno tra almeno 90 giorni, questo il tempo che si è data la Corte per spiegare il perché di questo ennesimo, e in parte inatteso, no. Una decisione «abbastanza scontata – sostiene invece il sostituto procuratore generale di Caltanissetta, Antonio Patti, che ha sostenuto l’accusa ribadendo il «no» alla celebrazione di un nuovo processo – perché al di là del titanico sforzo dei difensori nel dimostrare l’emergere di nuovi elementi non c’era assolutamente nulla». Di avviso diametralmente opposto l’avvocato Lipera, che ha già annunciato ricorso in Cassazione: «Abbiamo assistito ancora una volta a un errore manifesto – sottolinea il legale – perché non si sarebbe potuto mai interrompere un dibattimento in pieno svolgimento per emettere una sentenza di inammissibilità. Ci sarebbero a mio avviso gli estremi per chiedere la ricusazione dei giudici, ma il mio cliente è troppo rispettoso delle istituzioni per permettermi di farlo. La battaglia comunque continua, presenteremo ricorso in Cassazione e siamo sicuri di vincerlo».
Laconico il commento di Contrada al termine dell’udienza: «L’unica nostra speranza – ha detto citando il poeta Eugenio Montale – è l’imprevisto». Visibilmente dimagrito, claudicante e molto invecchiato - ha compiuto 80 anni a settembre, oltre a essere affetto da pesanti patologie - Contrada ha parlato ai giudici della Corte d’Appello per circa mezz’ora, per ribadire quello che ha sempre sostenuto, di essere «sempre stato uomo dello Stato» e di lottare per la revisione del processo per ristabilire la verità: «Rivoglio il mio onore – ha detto – un mio eventuale ritorno alla libertà non cambierebbe il mio tenore di vita. Non chiedo neppure un eventuale risarcimento pecuniario, non lo accetterei per principio». L’ex 007 ha ripercorso la sua vicenda giudiziaria, ricordando, oltre il caso Scarantino, anche un’altra anomalia, quella del pentito Francesco Marino Mannoia che inizialmente, in un verbale scoperto a processo di primo grado ormai chiuso, aveva detto di conoscerlo solo in quanto poliziotto, salvo poi accusarlo successivamente. Un’appassionata quanto vana autodifesa. Ma la battaglia continuerà.