I giudici dimenticano il tesoro di Tangentopoli

Stefano Zurlo

da Milano

Ci sono 400mila euro sequestrati quasi quindici anni fa a Primo Greganti, il famoso «compagno G.». Poi 1 milione e 700mila euro orginariamente appartenenti a Giorgio Tradati, fiduciario storico di Bettino Craxi. E gruzzoli che raccontano la storia di Mani pulite. Tutti parcheggiati presso la banca interna del Palazzo di giustizia di Milano. È un viaggio a ritroso nel tempo quello anticipato ieri sera in un servizio del Tg3. Un ritorno a Tangentopoli e al trienno ’92-’94, quello che sconvolse l’Italia.
Sembra incredibile ma 22 milioni di euro, non proprio spiccioli, sono ancora là, incagliati. In quel limbo. Soldi dimenticati. Sì, proprio così. A quanto pare lo Stato ha fatto tutto quel che doveva, tranne incassarli. Certo, i tempi delle indagini nel nostro Paese sono lunghissimi, ma qui i dati emersi sono davvero sconfortanti.
Due le spiegazioni: in qualche caso nelle sentenze d’appello ci si è scordati di confermare la confisca delle tangenti già disposta in primo grado; talvolta, invece, sarebbe stato l’ultimo pezzo della catena a non funzionare: quello degli uffici esecuzioni della Procura e della Procura generale. Ventidue milioni di mazzette, a due passi dalle stanze dei Pm e dei giudici che tutti i giorni fanno i conti con una situazione economica difficilissima, con bilanci risicati, con consulenti che minacciano di andarsene perché ormai il ministero è sulla soglia della bancarotta.
Eppure è andata così. La sbadataggine di qualche toga, la perfida indolenza della burocrazia, la borbonica inefficienza dell’apparato hanno provocato il misfatto. La scoperta, va da sé, è avvenuta per caso e non in seguito ad un’ispezione. Una busta della corrispondenza interna dell’istituto di credito dove sono aperti i conti è arrivata per errore proprio in Procura. E qui l’incartamento è stato aperto ed è saltato fuori un banalissimo estratto conto. Dalla lettura dei dati si è capito che c’era un tesoro sotto i piedi dei magistrati. È cominciata l’operazione di disseppellimento. Sono venuti fuori altri estratti conto. Alla fine il censimento è arrivato a quota 22 milioni di euro. Ora le procedure per recuperare il denaro sono state avviate. E c’è già chi parla di un effetto domino in tutta Italia. Altri palazzi di giustizia nasconderebbero «giacimenti» insospettabili. Che aiuterebbero non poco le boccheggianti casse dello Stato.
A Palazzo l’imbarazzo è palpabile. «Non è la prima volta - prova a spiegare il gip Paolo Ielo, a suo tempo nel Pool Mani pulite - che accade quel che ora è sotto i nostri occhi: somme di denaro confiscate giacciono sui conti correnti e rimangono lì inutilizzate». Certo, è difficile capire come questo sia avvenuto a due passi dai riflettori dei media e dell’opinione pubblica. Ielo allarga le braccia: «Mancanza di tensione organizzativa. Penso - prosegue il magistrato, invocando una rivoluzione culturale - che l’amministrazione della giustizia possa essere anche uno strumento per acquisire risorse. In altri termini, credo che si debba puntare a far pagare le spese a chi i reati li commette e non a chi, al contrario, i reati non li commette e paga le tasse».
Giusto. Anzi, sacrosanto. Resta il fatto che il frutto di alcune indagini di punta è rimasto congelato nei caveau. E questo autorizza previsioni pessimistiche su tante altre inchieste assai meno note.