Per i giudici l’autonomia dipende dallo stipendio

«C’è il rischio di una fuga dei giovani verso attività maggiormente remunerative»

Anna Maria Greco

da Roma

Per avere magistrati indipendenti ci vogliono stipendi adeguati. I tagli alle retribuzioni delle toghe della Finanziaria del governo Prodi vengono duramente bocciati dal Csm, perché «rischiano di incidere pesantemente sui rapporti tra i poteri dello Stato e sull'indipendenza della magistratura».
Il parere approvato all'unanimità dalla sesta commissione di Palazzo de’ Marescialli viene sostenuto dal plenum compatto dell’organo di autogoverno della magistratura, solo con due lievi modifiche. L’Anm che il 17 incontrerà il premier Romano Prodi ha ora un’arma in più per pretendere modifiche alla manovra.
Oltre ad attaccare i tagli di stipendio il testo sostiene che i limiti alle assunzioni di magistrati e personale amministrativo degli uffici giudiziari, previsti nella Finanziaria, urtano con i principi costituzionali della ragionevole durata dei processi e dell'obbligatorietà dell'azione penale, minando l’efficienza tanto precaria della macchina-giustizia.
Insomma, per il Csm, la situazione è già «fallimentare» e con questi provvedimenti si impedisce qualsiasi ripresa. L’accusa è innanzitutto alla modifica «rilevante» dei meccanismi retributivi. «L'indipendenza di un organo giurisdizionale - si legge nelle 6 pagine del parere - si realizza anche mediante l'eliminazione delle interferenze interne, con l'apprestamento di garanzie sullo status dei suoi componenti, tra le quali rientra oltre alla progressione in carriera, anche il trattamento economico».
Secondo il Csm la struttura del trattamento retributivo dei giudici è mutata negli anni proprio «in attuazione dei valori costituzionali» che riguardano la magistratura, a cominciare dal principio dell'indipendenza.
L’organo di autogoverno della magistratura contesta anche l’introduzione di specifici elementi di valutazione della produttività cui agganciare le retribuzioni. «È in aperto contrasto con l'articolo 107 della Costituzione, che stabilisce che i magistrati si distinguono tra loro solo per funzioni», si leggeva nel parere della Commissione. Mentre il plenum ammorbidisce, dicendo che «sembra porre problemi di compatibilità con l’articolo 107 della Costituzione». Comunque, ribadisce il Csm, qui non si tratta di un privilegio per la categoria, ma di «una garanzia per i cittadini direttamente collegata all'indipendenza della giurisdizione».
Il leit motiv è sempre questo: indipendenza. Il parere redatto dai consiglieri togati Antonio Patrono (Magistratura indipendente) e Ciro Riviezzo (Movimento per la giustizia) per il Guardasigilli Clemente Mastella, contesta inoltre la mancanza di concertazione con la quale il potere legislativo è intervenuto sulle retribuzioni dei magistrati. Oltretutto, l’obiettivo per il Csm non sembra quello del contenimento della spesa pubblica. I tagli inciderebbero «in misura quasi irrisoria» e piuttosto vogliono legare le retribuzioni alla produttività. Per questo, più che norme finanziarie sono «strutturali» e quindi inserite nell’ordinamento giudiziario. Insomma, «la sua sede naturale non è certo opportuno che sia la legge finanziaria».
Una modifica delle retribuzioni da parte del Parlamento, avverte il Csm, «svincolata da una riflessione complessiva degli stipendi dei magistrati e senza un preventivo confronto nelle sedi opportune, rischia di incidere pesantemente sui rapporti tra poteri dello Stato».
Palazzo de’ Marescialli denuncia anche le ripercussioni sui giovani di queste innovazioni che potrebbero favorire possibili «fughe dall'ordine giudiziario verso altre attività più remunerative». Le limitazioni che sembrano riferirsi anche all'assunzione di magistrati suscitano «serie perplessità», vista la situazione di crisi evidente dell'amministrazione della giustizia, che «non potrà che essere accentuata dalla impossibilità di sostituire quanto meno tutti coloro che lasciano l'ordine giudiziario». Perplessità che «sfiorano anche il rilievo costituzionale».