I giudici scippano Berlusconi e lo riprocessano da innocente

Il Cavaliere dovrà versare 560 milioni a Cir per la mancata scalata al
colosso editoriale. La sentenza lo definisce "corruttore di giudici". Ma
il premier non venne mai giudicato

Milano La Fininvest di Silvio Berlusconi esce pesantemente sconfitta dalla causa con la Cir di Carlo Benedetti, atto finale (o quasi) di una battaglia imprenditoriale e giudiziaria che si trascina ormai da oltre vent’anni. La Corte d’Appello di Milano, chiamata a esaminare il ricorso del Cavaliere contro la sentenza che nell’ottobre 2009 lo aveva condannato a versare 750 milioni al suo eterno rivale, gli concede un robusto sconto: il totale da sborsare si ferma, nel nuovo calcolo dei giudici, a poco più di 560 milioni.

Ma le notizie buone, per il capo del governo e per il suo gruppo imprenditoriale, si fermano qua. Sull’altro piatto della bilancia, pesa l’immediata esecutività della sentenza, che autorizza De Benedetti a passare immediatamente all’incasso della somma, che resta colossale. E pesa l’asprezza di alcuni passaggi della sentenza d’appello, che - più pesantemente di quanto aveva fatto in primo grado il giudice Raimondo Mesiano - accusa senza mezzi termini Berlusconi di essere il mandante dell’operazione di corruzione del giudice Vittorio Metta, nel 1991. Senza quella corruzione, affermano ieri senza incertezze i giudici milanesi, la «battaglia di Segrate» per il controllo della casa editrice Mondadori sarebbe stata persa da Berlusconi e vinta da De Benedetti.

La sentenza viene depositata venerdì sera, a Borsa chiusa, e resa nota ieri di buon’ora: porta la firma dei tre giudici della Corte d’appello (Luigi de Ruggiero, Giovan Battista Rollero e Walter Saresella) che dal 4 marzo scorso, chiusa la lunga istruttoria, si erano riservati la decisione. È una decisione che rispetta in pieno le previsioni della vigilia sul punto cruciale: la sentenza riafferma il buon diritto di De Benedetti a vedersi risarcito per la ingiusta sconfitta nella battaglia di vent’anni fa, visto che uno dei giudici (il romano Vittorio Metta) che nel 1991 gli sbarrò la strada per la conquista di Segrate era stato comprato con 400 milioni dagli avvocati della Fininvest.

Solo nella quantificazione della somma da risarcire all’Ingegnere, la Corte d’appello si distacca sensibilmente dai calcoli «a spanne» fatti nella sentenza di primo grado dal giudice Mesiano. Sulla base del complicato lavoro fatto dai loro consulenti, i giudici ricalcolano - tagliando un po’ a favore dell’uno e un po’ dell’altro contendente - i danni effettivamente subiti da De Benedetti al momento dell’armistizio che chiuse la «guerra di Segrate» con la spartizione dell’impero editoriale. Ma escludono che la Cir abbia subito anche un danno di immagine: anche perché, per ammissione dello stesso De Benedetti, il sogno della «grande Mondadori», l’intera holding (compresi Repubblica e l’Espresso) nelle mani di un solo imprenditore sarebbe stato bloccato dal potere politico. Totale: 184 milioni di euro, che con la rivalutazione dal 1991 ad oggi diventano quasi il triplo.

Per arrivare alle loro conclusioni, i tre giudici della Corte d’Appello fanno un salto indietro nel tempo, andandosi ad immedesimare nei loro colleghi della Corte d’appello di Roma che nel 1991 diedero ragione a Berlusconi. È una sorta di «processo virtuale»: cosa avrebbe deciso quella Corte, se uno dei tre giudici non fosse stato corrotto? La conclusione di questo viaggio nel tempo è netta: «La sentenza della Corte di Roma è ingiusta anche nel merito, poiché una sentenza giusta avrebbe inevitabilmente respinto l’impugnazione e confermato il lodo». Avrebbe, cioè, confermato la validità dei vecchi accordi tra De Benedetti e gli eredi Mondadori, che promettevano all’Ingegnere di divenire «azionista di riferimento» del colosso editoriale.

È un percorso logico che va più in là di quello seguito da Mesiano un anno e mezzo fa. Come aldilà della sentenza Mesiano vanno le considerazioni sul ruolo di Silvio Berlusconi, che dal processo penale è uscito per prescrizione, e della cui colpevolezza i giudici del processo civile si dichiarano invece certi: «Nessun gestore o collaboratore, neppure al più alto livello, avrebbe mai assunto su di sé la decisione, la responsabilità ed il rischio di un’iniziativa di tale portata in mancanza di un’univoca direttiva del dominus. È certo, essendo il contrario addirittura irreale, che il dominus della società in persona abbia promosso ovvero consentito la condotta criminosa, concretamente realizzata con denaro suo ed a suo illecito profitto attraverso esecutori materiali a lui strettamente legati».