I giurati se la prendono con il Corriere

<strong>MOSCHE & MOSCONI</strong> La giuria quest'anno è composta
esclusivamente da registi,
sette, tra i quali Zhang Yimou,
Alejandro Gonzáles Iñárritu, i
nostri Emanuele Crialese e Ferzan
Ozpetek. Non succedeva dal
1983, Bernardo Bertolucci presidente.

Venezia - La giurata Jane Campion è arrivata domenica sera. Starebbe recuperando a tappe forzate - quattro al giorno, sola soletta - i film in concorso già visti dai colleghi. Come sapete, la giuria quest'anno è composta esclusivamente da registi, sette, tra i quali Zhang Yimou, Alejandro Gonzáles Iñárritu, i nostri Emanuele Crialese e Ferzan Ozpetek. Non succedeva dal 1983, Bernardo Bertolucci presidente. Sulla scelta, generalmente apprezzata, ha avuto molto da ridire Tullio Kezich, che sul Corriere della Sera ha definito «pessima» l'idea. «Perché gli autori, e lo affermo alla luce di una lunga esperienza, sono i peggiori giudici delle pellicole altrui: pochi vanno regolarmente al cinema e pochissimi sono disposti a discutere serenamente ciò che hanno visto». Ne discende che il cinema sarebbe «una cosa troppo seria per abbandonarlo ai cineasti ». Due dei giurati, Crialese e Iñárritu, non ci stanno. Intervistati dallo speciale quotidiano di RaiSat, hanno risposto ai giudizi del critico. In particolare il regista di Nuovomondo: «Non è vero che non andiamo al cinema, ancora meno che non sappiamo giudicare il lavoro dei colleghi. E poi, diciamo la verità, quale giurato - regista, letterato o critico - può garantire che alla fine il Leone d'oro sia dato al film migliore? ». Ne riparliamo sabato sera.

PROTESI. Già al suo apparire, il famoso membro in erezione di Elio Germano in Nessuna qualità agli eroi destò qualche dubbio in sala, specie sul versante critico femminile. Per Mariarosa Mancuso, del Foglio, non v'erano dubbi: si trattava di protesi in lattice, tenuta ferma alla radice, con la mano, dall'attore. La parola definitiva viene ora da Paola Jacobbi su Vanity Fair: il sesso in action è stato realizzato apposta per Germano da Sergio Stivaletti, già mago del make-up e degli effetti speciali per Dario Argento. Sarà contento Tinto Brass, che volentieri è ricorso al trucco nei suoi film, dotando della miracolosa finzione anche attori del calibro di Franco Branciaroli.

PESCI. Una delle immagini più scioccanti di questa Mostra, perché assolutamente autentica, arriva dal film taiwanese Help me eros. E non riguarda il sesso, pur largamente descritto con variazioni acrobatiche, pratiche birichine o derive malinconiche. Nei ristoranti di quelle parti va forte la seguente prelibatezza: il pesce che muore lentamente sul piatto. Il cuoco lo stordisce col mattarello, lo squama, lo disseziona senza ledere gli organi vitali, lo fa a filetti badando che la testa non venga staccata dall'ultimo lembo di carne, e lo serve ancora boccheggiante, in un'agonia che dura giusto il tempo di dare il primo morso. Atroce.

PRONTO C'È DJANGO. Il direttore Marco Müller ha piazzato la musica di «Django», composta nel 1965 da Luis Bacalov per lo spaghetti-western con Franco Nero, nella suoneria del suo super cellulare.Un vezzo condiviso da molti qui al Lido. Fa forte anche il refrain di Vamos a matar, compañeros!. Come cambiano i tempi: Moritz de Hadeln preferiva «L'Internazionale».