I giurati votano la Comencini: «La bestia nel cuore» agli Oscar

L’Italia ha scelto. Il 31 gennaio l’Academy dirà se la pellicola concorrerà come miglior film straniero

Michele Anselmi

da Roma

Ricordate Dieci piccoli indiani, quel cine-classico del giallo tratto dal romanzo di Agatha Christie? A uno a uno scomparivano, uccisi, i dieci personaggi chiamati sull’isola. Qualcosa del genere è successo con la designazione del film italiano da spedire all’Oscar. Ricapitoliamo. Una settimana fa l’Academy rispedisce al mittente quel Private di Saverio Costanzo selezionato dalla commissione della discordia (dodici produttori più cinque membri super partes, tra i quali Bertolucci e Ferretti). Essendo girato in arabo, ebraico e inglese, invece che in italiano, il film non può concorrere. Infatti anche Niente da nascondere di Michael Haneke, austriaco parlato in francese, viene bocciato. Nel frattempo, in segno di protesta, Aurelio De Laurentiis ritira dalla gara Manuale d'amore e Antonietta De Lillo il suo Il resto di niente: l'uno per sottrarsi polemicamente a un principio «anacronistico»; l'altra perché ritrovatasi senza produttore, quindi abbandonata a se stessa. E così, da dieci che erano, i titoli papabili si sono ridotti a sette: e proprio tra questi, i commissari, per uscire dall'impasse, ieri hanno pescato il fortunato da sottoporre a zio Oscar.
Riunione veloce, poco più di un’ora. Alla fine, dodici sì contro cinque astenuti, s’è imposto La bestia nel cuore. A questo punto c’è da augurarsi che la faccenda si chiuda qui, perché, tra sospetti velenosi e false partenze, il cinema italiano non ha offerto proprio un bello spettacolo. Reduce da un ottimo successo di pubblico (4 milioni e 800mila euro al box office) e da lusinghiere recensioni americane, il film di Cristina Comencini ha avuto la meglio su Quo vadis, baby? di Salvatores. Riflette Riccardo Tozzi, produttore insieme a RaiCinema di La bestia nel cuore e marito della regista: «A me dispiace per il film di Costanzo. Non meritava di essere bocciato per una questione tecnica. Ora, però, mi aspetto un sostegno totale da parte di tutti, altrimenti la designazione apparirà debole». Di rinforzo la Comencini: «Vorrei concorrere nella sensazione di essere piaciuta a tutti. Con Private la commissione aveva compiuto una scelta politica, di tendenza, premiando un “piccolo” film meritevole di attenzione. Ora la scelta è diversa. Ritengo che La bestia nel cuore funzioni: perché pone una questione universale (le molestie sessuali nei confronti dei bambini, ndr) in modi sobri e per niente scandalistici, arrivando al cuore della questione».
E adesso? Adesso bisognerà investire almeno 200mila dollari sul film per promuoverlo nella corsa all’Oscar e farlo uscire negli Usa. È dai tempi de La vita è bella, anno 1998, che un titolo italiano non s’affaccia nella cinquina riservata al miglior film straniero e chissà che la Comencini non riesca dove hanno fallito Moretti e Amelio, Piccioni e Giordana. Dall’America il produttore Mark Johnson, a nome dell’Academy, getta acqua sul fuoco, spiegando: «Benché io abbia cercato di applicare le regole in maniera il più flessibile possibile, per accettare Private avremmo dovuto piuttosto gettare le regole dalla finestra». Ricorre alla dietrologia, invece, Eric Mika, di Variety, per il quale Private sarebbe stato «mandato appositamente agli Oscar con l’intento di farlo scartare innescando così una campagna di marketing a livello globale».
Mah! Certo, visto come sono andate le cose, non ha tutti i torti l’amministratore delegato di RaiCinema, Giancarlo Leone, quando sostiene che «la designazione del candidato italiano deve tornare alla giuria dei David di Donatello». E sapete perché? «Ormai allargata a mille membri, è a prova di inciuci e pastette». Concorderà il furente Roberto Faenza, che pure ieri ha rovesciato parole di fuoco sulla vicenda, parlando di «indecorosa sceneggiata all’italiana» e di «commissione composta perlopiù da produttori incompetenti che meglio avrebbero fatto ad autosospendersi». Del Noce docet?