«I grandi anfitrioni? Oggi sono gli stilisti»

Carla Mocenigo racconta della metamorfosi dei salotti: da Bona Borromeo ad Armani. La palma per il party-teatro va a Enrico Coveri

Enrico Groppali

Lei è d’origine veneziana, ma da tempo è milanese d’adozione. Ha i capelli biondi e gli occhi cerulei delle Madonne dipinte da Paolo Veronese ma i nervi d’acciaio dell’imprenditrice che, all’occorrenza, sa sfoderare le unghie ma ci rinuncia perché privilegia altre vie per far trionfare i suoi diritti e affermare la sua personalità. Tanto che, nonostante a Venezia prima e nel capoluogo lombardo poi, abbia frequentato scrittori, artisti e musicisti respinge con l’ipotesi di aver tenuto o, peggio ancora, gestito ciò che comunemente s’intende per salotto. Una definizione che non piaceva neanche un po’ a sua madre, l’aristocratica contessa Nani Mocenigo che, commentando il modus vivendi di certe signore che, dopo numerosi peccati di gioventù, accreditano in età matura un comportamento pudico, proclamava nella bella parlata esaltata da Carlo Goldoni il memorabile detto: «Quando il coro se frusta, l’anima se giusta», ovvero: «Quando il corpo si guasta, l’anima si aggiusta».
Una definizione insieme schietta e soave che Carla Mocenigo, la Carlina per gli intimi, da tempo ha fatto sua e che, quando esce dalle sue labbra, ha il sapore e la cadenza di un «lai» di Marie de France. Eppure, al di là del suo ritegno che per nulla al mondo vorrei scalfire, è inevitabile provocare questa dogaressa della Serenissima almeno con la domanda di prammatica. Com’erano le feste a Venezia e poi i ricevimenti a Milano all’epoca della sua jeunesse dorée prima di divenire la sposa felice di un grande della regia come Franco Enriquez? «Per carità - si schermisce la bella signora - vogliamo ancora percorrere a ritroso l’album dei ricordi? Be’, se proprio ci tiene, allora tra Milano e Venezia c’era un ponte ideale che adesso non esiste più. Basti pensare che quando, da bambina, applaudivo alla Scala la Callas, che in famiglia chiamavamo “la Maria”, nella Medea di Cherubini, qualche settimana dopo la seguivamo sulla laguna quando ripeteva la stessa opera alla Fenice».
Non mi dirà che anche le feste si ripetevano, dall’una all’altra città, sempre con gli stessi personaggi?
«In un certo senso, era proprio così. Cambiavano i cantanti, ma la musica era sempre quella. Quando Elsa Maxwell offriva al Danieli il sontuoso bal-en-tête in onore, me la lasci citare un’altra volta, della mia amica Callas e, da Città del Messico, in un sari color acqua marina che s’intonava ai suoi favolosi smeraldi, giungeva Mrs.Pagliai, altrimenti detta Merle Oberon, seguita a ruota da Tina Onassis appena sbarcata dal Christina, il mostruoso yacht di suo marito, avvolta in una tunica trapunta di pagliuzze d’oro, lo stesso Bel Mondo si ritrovava a Milano nei saloni di Donna Fosca Crespi dove, da una parete all’altra, ti scontravi coi dignitari e le Veneri del Tintoretto».
Lei stessa, signora, era di questi rituali una protagonista indiscussa. Si favoleggia ancor oggi delle sue nozze nella tenuta di Vescovana vicino a Monselice...
«Dio mio, davvero qualcuno se ne ricorda? Quando io per prima pestavo i piedi bizzosa perché, per me e Franco, volevo una cerimonia intima e non le carrozze dorate dai cristalli luccicanti come i landò viennesi?».
Passiamo ad altro, vuole? So che lei era una grande amica della Biki. Vero?
«Non vero, verissimo. Come di sua figlia Roberta Reynaud. Ma allora Milano era tutta un fermento. Del modo di ricevere Roberta aveva fatto un’arte. La stessa sfoggiata superbamente, molto tempo dopo, da Bona Borromeo quando, in omaggio a Nureyev, diede un ricevimento degno della penna di Marcel Proust o, se vogliamo restare tra noi, degli arabeschi di Carlo Dossi o di Vittorio Imbriani. Mentre, nel decennio Settanta-Ottanta, il grande antiquario Dino Franzin, come me di origine veneta, che per la sua magnanimità di squisito anfitrione era stato soprannominato Pranzin, teneva corte bandita con ospiti di nome Inge Feltrinelli, Lina Sotis e Natalia Aspesi».
Oggi chi continua, nella moderna Mediolanum, questa leggendaria tradizione?
«Raffaella Curiel, giustamente famosa per i suoi buffet, vere e proprie ghiottonerie da Cordon Bleu».
E i balli?
«Ci sono ancora, come no, ma mi lasci rimpiangere la Maxwell quando, all’apogeo della sua fama, a una festa in costume dove mi presentai vestita da farfalla mi accolse confessandomi: “I’m a monster, but a very happy monster”. Personaggi simili oggi non esistono più».
Come mai, a un certo punto, tutto questo finì?
«Le sembrerà puerile che continui a citare la Callas, l’unica donna che in dieci anni a Milano si era fatta una corte di seguaci appassionati e che io frequentavo da quando andavo alle elementari, ma è un fatto indubitabile che...».
Che?
«Che quando Maria se ne andò a Parigi, qualcosa nella città cambiò radicalmente. Di colpo le bellezze diafane e fredde che sembravano uscite dalle tele di Winterhalter sparirono come risucchiate da un vento che non lasciava scampo. Adesso solo le feste impeccabilmente organizzate, nella sua splendida villa vicino a Vigevano, dal conte Filippo Perego di Cremnago, possono competere con quelle di un tempo. Anche se sono andati perduti lo stampo, il profumo, l’allure di quell’indimenticabile stagione».
Da allora Milano vive solo di ricordi?
«Non dico questo, ma è come se la città, ripudiando l’aristocrazia, avesse smarrito - come diceva Stendhal che si proclamava ardentemente milanese - “l’eco struggente della sua anima”».
Milano diventò la capitale della moda, la sede delle pr più abili del mondo. Fu per questa ragione che le feste, i trattenimenti, le memorabili occasioni d’incontro languirono tristemente?
«Cambiarono radicalmente modo di essere. La vede oggi una Maxwell che, inalberando sul capo un corno dogale, sfoggia in casa Versace una toilette di pizzo rosso come il sangue? Non avrebbe senso all’epoca delle top model longilinee e delle donne grissino malate d’anoressia».
Chi sono oggi gli anfitrioni del salotto come Festa Mobile?
«Gli stilisti, da Armani a Ferrè. Ma la palma della festa concepita come grande teatro va attribuita a Enrico Coveri quando organizzò a Palazzo Pisani Moretta un sontuoso ballo in maschera per l’alta società veneziana».
Chi sono gli ospiti d’onore dei trattenimenti odierni?
«Gli industriali e le mannequin».
E gli artisti... Sono scomparsi per sempre?
«Non viviamo più immersi nell’arte, ma nel consumo. Non è un caso se oggi non si vedono in giro nuovi Nureyev, nuove Margot Fonteyn e nuove Callas. E forse è meglio così».
Perché?
«Perché nessuno sarebbe in grado di valorizzarli. Dove lo trova un Visconti di Modrone che mette in scena la Traviata con le monete autentiche del Secondo Impero o un Enriquez che, nel Pirata con la Maria, passa settimane alla ricerca di un velo che faccia sembrare la primadonna più lieve ed eterea di un fantasma?».
Lei è troppo giovane per aver vissuto di persona l’era dorata dei Bal Beistegui, ma certo ne ha sentito parlare da chi frequentava una casa come la sua. Può dirmi qualcosa di quell’atmosfera indimenticabile?
«Mia madre mi diceva che essere ammessi tra gli ospiti dei Beistegui era una sorta d’iniziazione. Come l’investitura di un ordine cavalleresco. Erano balli in maschera a tema che cominciavano con fiaccolate sulla laguna come nei quadri del Canaletto. Mauro Bolognini, nel film di Soraya, tentò di ricrearli ma il tempo, che non perdona, gli ha consentito solo di esumarne una pallida copia».
Mi perdoni, ma lei vive esumando il passato?
«Tutt’altro! Sono una donna che lavora. Le mie passioni sono, nell’ordine, mio figlio, il teatro e, dulcis in fundo, la comunicazione. Il regno della festa ormai è solo un sogno».