I grandi d’America si inchinano al genio di Morricone

In cinquemila hanno applaudito al Radio City di New York il maestro italiano che ha diretto le sue più celebri musiche da film

nostro inviato a New York

È iniziato così, il concerto, è iniziato che appena Morricone s'è visto sul palco sono saltati in piedi tutti, l'orchestra, il coro, il pubblico fin là in fondo alla sala e pure quello davanti, i divi, i supermanager. La sera prima, il venerdì, nella Sala dell'Assemblea dell'Onu, il maestro aveva diretto i suoi cento musicisti della Roma Sinfonietta davanti agli invited guests, agli invitati speciali del neosegretario generale Ban Ki-Moon, e l'atmosfera era ferma perché lì dentro quell'enorme cupola turchese, i banchi rigati dalla storia, le parole dette e non dette impongono il galateo diplomatico e perciò anche gli applausi vestono lo smoking. Invece al Radio City Music Hall ha confermato che c'è ancora quello che c'era una volta in America, eccome, e quell'intreccio di accordi malinconici, di silenzi e di climax sono il viatico di Morricone per l'eternità e provate a negarlo dopo aver ascoltato quanto verismo nel senso di Verga, quanta perfidia gattopardesca, quanta tragica teatralità saltino fuori dalla musica del Clan dei siciliani (dal film del ’69 di Henri Verneuil), con quella chitarra che si insinua, minaccia, zittisce come fosse uno sguardo di sottecchi in una soleggiata piazza siciliana.
C'è, qui in platea tra i cinquemila che sono entrati al Radio City scampando a un freddo polare, la sintonia del respiro e i volti della gente si allargano quando Aboliçao (da Queimada di Pontecorvo del '69) esplode nelle cento voci del coro Canticum Novum o si trattengono mentre la cavalcata polverosa de Il buono, il brutto, il cattivo fa tornare in mente la fissità spaccona di Clint Eastwood o il ghigno di Tuco. Era all'Onu l'altra sera, il minuto e bianchissimo Eli Wallach che nel film di Sergio Leone era il brutto e ora ha 91 anni. Parlava pure un italiano compiaciuto e se n'è andato trotterellando veloce come ai bei tempi, più nobile dell'esagerato Lou Reed, più incisivo del chitarrista Pat Metheny o della cantante Angelique Kidjo che nella grande sala delle Nazioni Unite sono spariti piccini così di fronte all'enormità di quella musica. Morricone ripete sempre, e lo ha fatto anche qui prima delle prove, aggiustando il berretto da rapper sulla fronte del nipotino: «Il cinema riassume tutte le arti». La musica del suo cinema sì. E nell'allegria speranzosa di Metti una sera a cena di Patroni Griffi o nell'amore soffocato di Deborah's theme (da C'era una volta in America dell'84) ci sono proprio righe poetiche, pennellate di luce, primi piani dell'anima come difficilmente accade di vedere e sentire. Sarà per questo che nelle prime file del Radio City Music Hall sabato sera c'era la New York che conta, qualche manager di Wall Street e un pezzo della Hollywood ancora vitale, da Willem Dafoe ai fratelli Ethan e Joel Coen fino a Brian De Palma che si è messo a sorridere, anche lui come il pubblico, quando il concerto di un'ora e mezzo è iniziato con Gli intoccabili (il suo film dell'87) poi è subito scivolato alle note di C'era una volta in America quando a Brooklyn le pozzanghere fumavano ancora o quando Noodles ammette di essere andato a letto presto per trenta lunghissimi anni di oblio.
Avrebbe dovuto esserci sabato in platea anche Bruce Springsteen, che è uno degli ospiti del cd We all love Morricone in uscita il 16, e infatti i vertici della Sony lo hanno atteso fino all'ultimo, con tanto di posto che è rimasto libero fino all'ultimo. Insomma, i grandi d'America si sono inchinati per il primo sbarco in America (merito del bravo Massimo Gallotta) di questo compositore che è sempre di fianco alla moglie Maria e pure adesso, nel suo trionfo più alto, non vede l'ora di tornare nella sua enorme casa di Roma con vista sul Campidoglio. Tornare là a suonare il piano come fa solo un compositore con due identità, parola di Bernardo Bertolucci, «quella della musica contemporanea e dei film popolari», cioè quella dello sperimentatore e quella del poeta che vede il mondo senza starci dentro, semplicemente sentendolo sulla tastiera accordo dopo accordo.