I grandi del fumetto «debuttano» con Diabolik

L’esposizione durerà fino a sabato e riaprirà il 14 settembre, dopo la pausa estiva

Igor Principe

A uno sguardo retrospettivo pare come una rivoluzione: la compirono nei primi anni ’70 due signore della borghesia milanese, Angela e Luciana Giussani, bussando alla porta di uno tra i più esclusivi club culturali: quello degli editori di fumetti. Come andò, lo racconta il più grande tra loro, Sergio Bonelli: «La notizia suscitò in noi “vecchi del mestiere” un sorriso un po’ ironico, soprattutto quando scoprimmo che, per l’entrata in campo ufficiale, le due signore avevano scelto di tradurre le strisce di un eroe statunitense poco amato anche nella sua patria, ovvero il pugile-detective Big Ben Bolt».
La collana non durò più di un anno, ma preluse a un’idea che conobbe risultati ben diversi. Le signore, prosegue Bonelli, «avevano messo in cantiere un’altra pubblicazione, italianissima, progettata e scritta da loro stesse, destinata a trasformare i nostri sorrisi ironici in una smorfia di incredula sorpresa».
Il nome di quella pubblicazione era Diabolik, e sin dai primi numeri i lettori capirono di trovarsi di fronte un fumetto diverso. In questi, il Bene vinceva sempre sul Male. Nell’altro, il protagonista (detto anche «re del terrore») e la sua affascinante, bionda compagna Eva Kant non finivano mai nelle mani dell’ispettore Ginko, tutore della legge. Nell’Italia del boom economico, sfidare i conformismi non era facile. Censori e magistrati pizzicarono spesso le storie di Diabolik, intorno al quale si ritrovarono a fare quadrato gli editori concorrenti, non più prodighi di sorrisetti ironici. È forse anche un po’ merito loro se, nel 2002, il ladro dalla tuta e dalla Jaguar nera ha potuto festeggiare i 40 anni d’età. Per l’occasione, la casa editrice Astorina, che da sempre ne pubblica gli albi, ha dato alle stampe «Diabolik visto da lontano» (pp. 168, euro 33), il cui titolo svela molto della filosofia che lo pervade. E cioè, affidare il protagonista alla matita di grandi autori del fumetto italiano che mai, nella loro carriera, avessero disegnato una sua avventura. Nomi quali Claudio Villa, Sergio Toppi, Lorenzo Mattotti, Giorgio Cavazzano, Sergio Zaniboni, Vittorio Giardino e altri calibri del settore si sono quindi cimentati con le vicende dell’antieroe, dando alla luce 12 storie introdotte da una copertina di Ferenc Pinter (storico autore delle cover dei gialli Mondadori Omnibus) e dalla prefazione di Bonelli, dalla quale è tratta la suddetta testimonianza.
Le tavole di quel libro sono ora oggetto di una mostra allo spazio Crapapelada (via Savona 12), dove rimarranno fino a sabato 30 e dove saranno riproposte a partire dal prossimo 14 settembre. L’esposizione, il cui titolo è lo stesso del volume, si deve a Eduardo Simone, collezionista di fumetti ed editore di cataloghi relativi a mostre di genere. L’iniziativa rilancia sul mercato un libro importante, che rinnova l’immagine dura e affascinante di cui tutti i protagonisti dell’albo (la coppia Diabolik-Eva, ma anche Ginko) sono titolari. Se nelle tavole di Giardino, di Villa o di Enzo Facciolo e Franco Paludetti (altri due degli autori coinvolti nel progetto) il «re del terrore» non si discosta dalla figura con cui i lettori lo conoscono, in quelle di Mattotti o di Cavazzano rinasce sotto spoglie inedite, suscitando in chi le guarda uno stupore non lontano da quello di cui ha parlato Bonelli ricordando l’esordio del fumetto. È un Diabolik meno reale e più pupazzo, dal tratto morbido, quasi rassicurante. Ma che nulla cede a un carattere carico di fascino, a una malvagità mai gratuita, nobilitata da un’etica di fondo che non ha mai mancato di innervare ogni avventura del ladro in calzamaglia.