I grandi gruppi di Borsa Italiana alla sfida di Tokio

nostro inviato a Tokio

I top manager di otto tra i maggiori gruppi quotati in Piazza Affari hanno sfidato i marosi della crisi finanziaria per venire a presentarsi agli investitori giapponesi, a Tokio. La missione, organizzata dalla Borsa Italiana e da Nomura, ha coinciso con il momento più nero dei mercati. E gli otto coraggiosi (Banco Popolare, Campari, Enel, Eni, Italcementi, Lottomatica, Pirelli e Telecom) hanno rischiato di apparire come gli invitati al ballo del Titanic almeno per due buone ragioni. La prima è che l’investitore giapponese è proprio quello che ci vuole in momenti di instabilità: non è volubile, quando entra nel capitale di una società è per rimanerci a lungo. La seconda è che dopo una crisi lunga 18 anni, i grandi capitali nipponici si sono ricostituiti e per qualcuno già rappresentano la last resort, l’ultima risorsa del capitalismo globale. Dopo che arabi e cinesi si sono appena scottati con il crollo delle Borse di queste ultime settimane. Non a caso le ferrovie tedesche vicine alla quotazione stanno pensando di vendere molti dei loro titoli proprio qui. Mentre il governo ha allo studio un progetto di varo del primo fondo sovrano del Paese. Senza dimenticare che Nomura, colosso bancario giapponese, proprio l’altro ieri ha definito l’acquisizione in Asia ed Europa dei resti di Lehman Brothers.
D’altra parte il trend dei flussi di capitale giapponese in Italia è positivo da 4 anni. Lo stock di investimenti è di 6 miliardi di euro. E ieri negli uffici di Nomura dell’Otemachi building era rappresentato il 28% della capitalizzazione di Piazza Affari, nonché il 15% del Pil italiano. Una cinquantina gli investitori presenti che, secondo Domenico De Angelis (il ceo della Banca Popolare di Novara in rappresentanza del Banco Popolare), «ai prezzi attuali stanno considerando di prendere qualche nuova posizione sul nostro mercato». Claudio De Conto, coo della Pirelli, è venuto in casa del leader mondiale dei pneumatici (Bridgestone) per raccontare i progetti del gruppo milanese, dicendosi «moderatamente ottimista» sull’esito della crisi: «Non so dove è il fondo, ma di certo ora ci siamo più vicini». Enel, che in Giappone conta decine di migliaia di piccoli azionisti che parteciparono al collocamento retail, ha qui il 2-3% del suo capitale. E Luigi Ferraris, responsabile della pianificazione e controllo, è venuto a dare rassicurazioni sul business, sul debito e sulle performance operative. «Sul titolo è più difficile», ha detto. Ma nessuno, d’altra parte, ha osato chiedergli tanto.