I guai dell’europarlamentare Idv

RomaDella serie: se l’accusa si affloscia in tribunale, si può sempre rianimarla sui giornali. Sembra la massima di «Gigetto ’o flop», al secolo Luigi De Magistris, campione delle cause perse da pm e ora europarlamentare dipietrista. Il quale tornerà in un palazzo di giustizia ma questa volta perché trascinato da Giovanni Dima, onorevole pidiellino che l’ha denunciato per diffamazione aggravata. Il casus belli è un articolo apparso sul Manifesto lo scorso 19 settembre, nel quale l’ex sostituto procuratore al tribunale di Catanzaro diceva la sua sul malaffare calabrese: «Nell’area dello Jonio cosentino c’è da tempo un gruppo di potere politico che gestisce impunemente fiumi di denaro derivanti dai finanziamenti europei per la pesca. Sul finire degli anni Novanta - proseguiva De Magistris - in un’inchiesta di cui mi ero occupato, avevo individuato il burattinaio in Giovanni Dima («già coordinatore regionale di An, assessore regionale all’agricoltura e attuale parlamentare del Pdl», precisa l’articolo)».
Chiamato (nuovamente) così prepotentemente in causa, Dima ha fatto il primo balzo sulla sedia e il secondo direttamente al commissariato di Rossano, in provincia di Cosenza. Ma come? Prima De Magistris mi indaga, mi accusa ingiustamente, vengo prosciolto, e poi sulla stampa continua a dipingermi come un farabutto, a dispetto delle sentenze che mi scagionano? Questo il pensiero dell’onorevole Dima che ha subito deciso di querelare il suo ex accusatore. «Vengo additato alla pubblica censura dal De Magistris... con consapevole falsità accusatoria... atteso che le errate e motivatamente disattese intuizioni investigative del De Magistris... non hanno avuto alcun apprezzato riscontro giudiziario essendo io puntualmente prosciolto e giammai condannato». Dima è preciso: «Dalla ipotizzata accusa di essere io il “burattinaio” e segnatamente organizzatore delle truffaldine condotte di indebita acquisizione di provvidenze europee destinate alla pesca... sono stato prosciolto per non aver commesso il fatto». L’accusa di De Magistris: Dima era al vertice di un sodalizio criminale i cui componenti avrebbero utilizzato gli incarichi di cui erano titolari per perpetrare truffe nella gestione dei finanziamenti dell’Unione europea, ma anche statali e regionali, destinati, in particolare, al settore olivicolo. Il risultato dell’inchiesta: non luogo a procedere nei confronti di Dima.
Ma De Magistris ha infilato Dima anche nel più famoso procedimento Why Not, che la sentenza del gup Abigail Mellace ha di recente certificato essere poco più di un flop. L’ipotesi investigativa «non ha trovato alcun conforto probatorio essendo sconfessata già nelle fasi delle indagini preliminari», si legge nelle 944 pagine del dispositivo del gup. E Dima, uno dei 150 indagati da «Gigetto ’o flop»? Nella sua denuncia mette i puntini sulle “i”: «Dalle imputazioni formulate a mio carico sono stato parimenti prosciolto con le formule di “perché il fatto non sussiste” e “per non aver commesso il fatto”». L’ex pm dipietrista, non considerando le sentenze dei suoi colleghi quando questi gli smontano le accuse, rimane però convinto della colpevolezza dei suoi indagati e prosegue il processo a mezzo stampa. Ma questa volta rischia di pagare.