I GUAI DEL PD

Come al solito, chi ha parlato chiaro e forte è stata lei, il presidente dei senatori dell’Ulivo Anna Finocchiaro: «La creazione di un gruppo della Sinistra democratica al Senato non è neutra rispetto alla tenuta della maggioranza e del governo. Si sposta l’asse politico e l’Ulivo esce fortemente ridimensionato nella sua consistenza numerica». L’assemblea del comitato centrale dei Ds è rimasta in silenzio, sul momento più sorpresa che preoccupata, forse non ci avevano pensato, che lo scioglimento del loro partito e la creazione con la Margherita del partito democratico avrebbe comportato, e subito, anche questo problema.
E forse non ne hanno capito sul momento le conseguenze: «Questo richiede un investimento politico forte da parte del governo - glielo ha spiegato la Finocchiaro -. Ci sarà una radicalizzazione delle posizioni e il governo deve stare attento ad avere una gestione oculata di fronte agli impegni che ci aspettano, come la riforma delle Authority o la riforma della Rai o la riforma delle pensioni...».
Forse qualcuno, magari tra i ministri presenti, non aveva ancora capito bene. E Anna Finocchiaro, implacabile: «Nessuno può pensare di buttare le questioni al Senato e che poi il Senato, da solo, regga la barra». La scissione ha stravolto i rapporti di forza al Senato: i senatori dell’Ulivo erano 101, dopo Firenze sono scesi a 89 e i 12 senatori della nuova Sinistra democratica portano a 50 i voti dell’ala estrema.
Gli attriti tra riformisti e massimalisti si moltiplicheranno, aumenterà la competizione tra la sinistra e il nuovo partito, e anche all’interno del nuovo partito tra i senatori di provenienza Ds e quelli della Margherita, soprattutto quelli dei teodem: «La presenza dei teodem - ha aggiunto Anna Finocchiaro, tanto per non lasciare niente di inesplorato - rappresenta solo una piccola parte dei cattolici democratici nel Pd. E i teodem esprimono sui Dico una avversità culturale irriducibile. Noi ovviamente dobbiamo coinvolgerli, ma non riusciremo a convincerli a votare un disegno di legge sulle unioni civili». E tanto per non personalizzare: «La cifra che segna la presenza dei cattolici democratici nel Pd non è Paola Binetti. C’è il rischio che questo accada, ma non è così. Piuttosto la cifra è Rosy Bindi e la sua battaglia per i Dico».
Più chiaro di così. Romano Prodi non pensi di cavarsela scaricando sul Senato, come ha fatto con il progetto di legge per i Dico, e confidando che Anna Finocchiaro gli risolva i problemi, come è quasi sempre avvenuto nel primo anno di governo e come riuscì miracolosamente a fare quella volta che il Senato votò la fiducia al governo senza che nemmeno il governo ponesse la questione. Prodi faccia i compromessi necessari e trovi l’accordo di tutti, massimalisti e teodem compresi, prima: e se no, «tutti a casa».
Non siamo più dunque al problema di un voto più o un voto meno, da raccattare magari volta per volta e all’ultimo momento, e della risorsa disperata dei voti dei senatori a vita. La crisi del governo e della maggioranza è generale e non è più solo nei numeri, è nella progressiva disarticolazione, che aumenta invece di diminuire proprio quando si annunciano e si promuovono le unificazioni, è nella scomparsa dell’identità politica e nella mancanza della leadership.
Quando Anna Finocchiaro parla di «cifra» e di «rapporti» con i cattolici nel nuovo partito, e distingue tra la Binetti e la Bindi, è dell’identità laica dei Ds da salvaguardare nel Pd che si preoccupa. Quando invoca la «massima attenzione» del governo e dei ministri denuncia di fatto le carenze di Prodi, il suo difetto di comunicazione e di mediazione.
E il discorso non riguarda solo la (presunta) maggioranza e il governo, ma investe anche l’opposizione e il centrodestra, la (presunta) Casa delle libertà. Quando esplose la crisi del governo, i cronisti più attenti parlarono della crisi parallela del centrodestra: che andarono alle consultazioni del Quirinale in ordine sparso, quattro partiti quattro posizioni diverse, e non furono capaci di fornire al Presidente della Repubblica un’alternativa al rinvio del governo Prodi alle Camere. Così è oggi, e peggio. L’Udc di Casini insiste sulla sua via autonoma e tutto chiede meno che le elezioni. Bossi e i leghisti vanno da soli da Prodi, senza avvertire Berlusconi, e trattano separatamente per la riforma elettorale e il federalismo fiscale. Fini implora invano da Berlusconi di affrettare la federazione dei due partiti, punta sul referendum, e minaccia, una volta entrato nel Partito popolare europeo, di allearsi con Casini.
E in Forza Italia che succede? Invece di approfittare della crisi sempre più grave del centrosinistra e di stringere le file ripristinando i rapporti tra i quattro partiti della fu Casa delle libertà, offrendo al Paese una alternativa credibile e aggiornata alla maggioranza in disfacimento, in Forza Italia si discute e ci si divide sulla «eredità» di Berlusconi, e se siano da preferire i vecchi (presunti) eredi o l’ultima pretendente, che sarebbe la (presunta) preferita del presunto de cuius (tuttora vivente e in ottima salute).
Ma di quale eredità parlano? Silvio Berlusconi non può avere questo o quel (o quella) erede. Non perché, come si dice frettolosamente e stoltamente, senza Berlusconi Forza Italia (o un altro partito simile con un altro nome, se Berlusconi fa in tempo a farlo) non può esistere o non esisterebbe più. Ma per la semplice ragione che, a differenza del Monarca, lascia l’eredità al figlio che ha procreato o che ha adottato, un leader carismatico come Berlusconi non può lasciare l’eredità che a ciò che ha creato con il suo carisma: un partito, un movimento, un’organizzazione o come fantasiosamente lo si voglia chiamare.
E, beninteso, se ha fatto in tempo ed è stato capace di «istituzionalizzare» il suo carisma: non può trasmetterlo a questo o quell’individuo (o a questa o quella gentile e avvenente signora), anche se da lui preferito e prescelto, ma può solo incarnarlo nel corpo collettivo da lui creato e che del suo carisma sopravvive.
A prescindere dal fatto che un leader carismatico che pensa di essere destinato a finire e che vi si rassegna, cessa di essere carismatico e leader e, perciò stesso, non è in grado di scegliere né di indicare né di imporre un erede. Per come l’abbiamo conosciuto in questi anni, tutto ci fa presumere e sperare che Berlusconi non ci creda e che non si rassegni, e che li stia prendendo tutti in giro, e che rimarrà ancora abbastanza per incarnarsi in questo partito, comunque lo voglia chiamare, e che questo partito prenderà e vivrà della sua eredità, senza bisogno che lui gliela dia.