«I Guerrieri ricattavano il Milan lanciando fumogeni in campo»

Un gruppo criminale deciso a impadronirsi con ogni mezzo della Curva Sud di San Siro, per mettere le mani sul business del tifo organizzato, ma anche per creare nella curva «una zona franca dove dietro la passione sportiva si realizzano traffici illeciti di vario tipo». Questo, per il pubblico ministero Luca Poniz, sono i «Guerrieri», il gruppo ultras che ha spazzato via con la forza i nomi storici della tifoseria milanista. E per questo ieri Poniz, a conclusione di un processo lungo e tormentato, ha chiesto la condanna per associazione a delinquere e estorsione di cinque ultrà: in testa al gruppo, Giancarlo Lombardi detto «Sandokan», ex ladro d’auto divenuto imprenditore, indicato dai rapporti dei carabinieri e della Digos come il protagonista dello sbarco dei «Guerrieri» a San Siro. Riassume ieri il pm Poniz: «I metodi di Lombardi sono prettamente criminali, in linea con il profilo del personaggio».
Per conquistare la Curva Sud, sloggiando da San Siro gruppi con decenni di anzianità, i «Guerrieri» dovevano risolvere un problema: costringere il Milan a scendere a patti con loro, prendendo con i nuovi arrivati gli stessi accordi presi con le sigle storiche della Curva. Al Milan, dice Poniz, i gruppi ultras avevano un punto di riferimento, il dirigente Paolo Taveggia, che il pm accusa esplicitamente di «ambiguità»: «Taveggia si presta, tiene un piede nel Milan e uno nella Fossa». Ma poi le redini della biglietteria rossonera vengono prese da Daniela Gozzi, che di scendere a patti con i violenti non ha alcuna intenzione, «se volete i biglietti potete comprarli al Milan Point», dice un giorno - in una conversazione intercettata - a «Sandokan» Lombardi. Commenta Taveggia, parlando sempre con Lombardi: «La Daniela rompe il c...».
Per piegare le resistenze del Milan, arrivano le contestazioni che i «Guerrieri» lanciano a San Siro. Con la scusa delle proteste per le campagne acquisti al risparmio, in realtà i disordini allo stadio hanno il solo obiettivo di costringere i vertici a scendere a patti. «D’altronde in quel campionato - dice ieri il pm - che il Milan non fosse destinato a grandi trionfi era ovvio, era partito penalizzato in classifica per la vicenda di Calciopoli e la campagna acquisti ne era stata condizionata». I lanci di fumogeni in campo, che fanno scattare multe da decine di migliaia di euro e mettono San Siro a rischio squalifica, sono l’arma di ricatto. «Un altro giro è una bella botta, l’arbitro ha scritto», si messaggiano in diretta i «ragazzi» della Curva. Per questo insieme all’accusa di associazione a delinquere è scattata quella di estorsione. Il Milan si è costituito parte civile.
Cinque anni di carcere per Giancarlo Lombardi, altrettanti per Mario Diana e Claudio Tieri, quattro e mezzo per Federico «Pablo» Ziguerenke, pene minori per altri quattro imputati. É questo il conto salato delle pene che il pm Poniz chiede ai giudici della Sesta sezione penale. Manca, sul banco degli imputati, uno dei nomi storici della curva, Giancarlo Capelli, «il Barone», anche lui toccato dall’inchiesta ma uscito di scena per quello che Poniz definisce uno «sventurato problema di cancelleria». Ma se non fosse stato per quell’errore tecnico, lascia chiaramente capire il pm, anche Capelli siederebbe sul banco degli imputati.
Minacce, biglietti, rapporti sotterranei: fenomeni che riguardano non solo il Milan e i suoi ultras, ma il rapporto bacato tra molte squadre di serie A e le sue tifoserie. Peculiare nell’inchiesta di Poniz è la palpabile influenza di settori di criminalità tradizionale, giri di malavita che hanno colto le potenzialità del business ultrà. Di legami dei «Guerrieri» di San Siro con questi universi sono emerse tracce anche in altri processi, e i ripetuti pestaggi in cui incappano i dissidenti sono eloquenti della mutazione in atto. La sentenza arriverà settimana prossima.