I Gufi, faccia di gomma e quella risata lontana

Della villetta, non dico palazzina, dove stava il Derby vero, quello di una volta, non dico, non voglio dire. Roba brutta, immagine di una Milano «chesenefrega». Il resto appartiene invece ai vapori dei ricordi, quasi fotogrammi che fuggono via, difficili da riacchiappare tutti per mettere assieme il film dell'epoca. L'epoca della Milàn che non era da bere ma beveva del suo, tra un trani a gogò e l'altro, tra un panino da Gattullo e la notte a tirar tardi dentro la nebbia e con la pancia allegra per la serata passata al Derby. Era in principio il Gi-Go, quando i Bongiovanni, Giovanni e Angela, decisero di aprire porte e finestre a tutti quelli per i quali la vita l'era bela, basta avere un’umbrèla. Ristorantino all'inizio, poi Intra's jazz club. Era dunque cabaret, sostantivo francese ma, pare, di etimo originale olandese, dunque dal gusto lungo e ambiguo, starebbe per piccola stanza, laddove tutto è concesso, ammesso, tollerato. Prima il jazz, poi l'intermezzo, parole e pensieri liberi, Intra, un maestro vero e Franco Nebbia con la faccia improbabile e Valdi che interrogava gli astanti con una domanda inquietante: «Ma conoscete qualcuno che costruisce un quadrato sull'ipotenusa?».
Dunque, lentamente, la musica si fece da parte per lasciare il posto all'improvvisazione disciplinata (ehm). Tra lazzi e scazzi qui è nato davvero il mito dello spettacolo meneghino e poi italiano, da qui sono partiti gli esploratori della comicità, dico dai Gufi a Teo da Abatantuono a Villaggio a Walter Valdi a Toffolo, dunque una stazione di partenza e di passaggio, doverosa, quasi il permesso di soggiorno per chi intendesse darsi allo spettacolo, non quello serioso del teatro, del dramma, o della semplice canzone, non soltanto leggera. Derby significava questo, una sfida d'accordo, ma anche il contagio di San Siro, lo stadio, Milaninter e, insieme, il trotter e l'ippodromo, uomini, cavalli e pupe, whisky facile cantava Fred Buscaglione e qui, tra la lampada fulminata di un riflettore e il tavolato del palcoscenico (si fa per dire) avevi la certezza di sfangare una serata diversa, senza ricorrere ad additivi e affini. Ti limitavi all'alcol, d'accordo, venivi avvolto da nuvole di fumo, tabacco originale, turmac, stop, pall mall, camel, nazionali esportazione senza filtro, roba piccola ma vera, anche se, giocando con il diario e l'album delle fotografie, i ricordi sono sempre belli e dolci.
C'erano il Bistecca e il «TAAC...», chiamavasi così Mario Valera, il cugino dell'inglese, l'uomo del picchetto all'ippodromo, ti metteva due dita al collo, così per scherzo ma sentivi un male della madonna. C'era la Valsi, Annichiarico Silvia, il cui nome, secondo il gergo della mala, veniva rivoltato come allo specchio, dunque c'era anche Biofa, il Fabio Cappelletto che prese il posto del grande Abatantuono, a tecnico delle luci, quando Godie, insomma Diego, incominciò altrove la sua vita eccezziunale veramente, c'era Ugo faccia di gomma, cioè Ugo Conti, tale e quale adesso.
Una sera era pieno così, il Derby. Nemmeno lo spazio per ridere, Teo e Boldi preparavano il loro numero, mi presentai in ritardo, mi trovarono un posto, una sedia, proprio sul palco. Si aprì il tendone e mi scoprirono lì a dieci centimetri da loro. Il resto, parole e lazzi, lo lascio alla libera immaginazione vostra. Era possibile tutto questo e altro, i vigili del fuoco se la spassavano pure loro, si andava sul rischio, grave, pesante, era la vita. Il Derby era così famoso che un giorno mi chiesero di fare un giro di domande ai milanesi più illustri per conoscere il loro parere sul derby, ma l'altro, la partita di pallone tra Milan e Inter. Chiamai Lea Pericoli: «Che cosa mi può dire del derby?». Il colloquio andò avanti per tre, quattro minuti, la più brava e bella tennista d'Italia rispondeva serenamente: «È da un po' che non ci vado, è sempre stato divertente, specialmente con gli amici, spero di tornarci al più presto, lei lo frequenta?». Bravo ma lento capii in ritardo che non trattavasi della sfida pallonara, la Pericoli, la sportiva, era maggiormente interessata al cabaret, roba seria. Frammenti di un altro tempo, al civico ottantaquattro di via Monte Rosa. Non andateci oggi se non volete strappare le fotografie e i ricordi. Eppure, ogni tanto, passando velocemente davanti a un graffito e a un muro lercio, sento una risata lontana.