I Jethro Tull e il flauto di Ian Anderson aspettano i fan a Cattolica e a Mantova

Antonio Lodetti

In equilibrio su una sola gamba, l’altra ripiegata sul ginocchio, mentre si lascia andare a un furioso e al tempo stesso melodico assolo di flauto. Questa l’immagine classica, ormai entrata nel mito, di Ian Anderson, il leader dei Jethro Tull. «Ormai quella posizione è il mio marchio di fabbrica; l’unica concessione allo spettacolo in un mondo di show ipertecnologici dove gli effetti contano più della musica», commenta il flautista.
Leader indiscusso di una band che ha venduto sessanta milioni di album con una pozione magica di rock nobilitato da citazioni classiche, blues, jazz, folk; una band che ha subito più rimpasti dei governi italiani nella Prima Repubblica ma che è ancora on the road e chiude la sua tournée italiana con due concerti - stasera e domani - all’Arena Regina di Cattolica e a Palazzo Te a Mantova. Dei ragazzi della prima ora al suo fianco c’è solo il chitarrista Martin Lancelot Barre; gli altri sono Doane Perry alla batteria (che segue Anderson dall’84), Andrew Giddins alle tastiere (è arrivato nel ’91), Jonathan Noyce (al basso dal ’95).
Anderson invecchia ma non cambia e non molla (anche se secoli fa scrisse un brano dal titolo «Troppo vecchio per il rock and roll troppo giovane per morire») mandando in sollucchero i suoi aficionados con classici come To Cry You a Song, Aqualung, il rock duro Locomotive Breath, Thick As a Brick, My God (con uno dei suoi più celebri assolo) e una Bourrée sottratta al clavicembalo di Bach da lui presuntuosamente firmata sul disco Stand Up come Anderson-Bach. «È un gioco, un mio arrangiamento jazz per flauto di un brano di Bach che io ho reso famoso presso il grande pubblico».
Stregone, pifferaio di Hamelin, troubadour con l’anima di Robin Hood, eccentrico bardo destinato a diventare il Jean Pierre Rampal del rock, è un personaggio che non passa mai di moda e attira un pubblico eterogeneo che spazia dall’appassionato di blues a quello di folk per arrivare all’amante del progressive rock. Lo testimoniano più di cento concerti all’anno in giro per il mondo con una media di pubblico di 300mila persone.
Del resto, a dimostrazione del suo egocentrismo, suona il flauto proprio per non essere secondo a nessuno. «Abbandonai la chitarra perché non ero bravo come Jimi Hendrix ed Eric Clapton, ma il flauto divenne subito il mio vero compagno di vita, tanto che sto scrivendo un libro sul flauto nella mitologia e nella storia».