I Jethro Tull, un’emozione che rivive

Il «vecchio pirata» Ian Anderson torna stasera al Nazionale per far riemergere dal passato i grandi successi della band

Antonio Lodetti

È un punto di riferimento per gli appassionati di rock. Il tempo passa, le mode cambiano e lui è sempre lì, a soffiare virtuosismi nel suo flauto, eterno Jean-Pierre Rampal del rock, o anche pifferaio di Hamelin per come ipnotizza da decenni i suoi fan. Naturalmente parliamo di Ian Anderson, anima dei Jethro Tull che stasera torna a Milano con la sua creatura, al Teatro Nazionale, per farci rivivere l’emozione dei suoi grandi successi. Quelli che sono rimasti nel cuore a tutti, da una favolosa Bourrée rubata a Bach («ma è un’antica danza francese, e a Bach la mia versione sarebbe piaciuta», ci ha raccontato l’artista), a Life Is a Long Song, da Aqualung a Locomotive Breath, da Song For Jeffrey alla suite Thick As a Brick.
Bandana da vecchio pirata, fisico asciutto, sguardo inquietante e assatanato (come quello del «suo» Aqualung) Anderson continua a celebrare il suo rito pagano, quel magico incrocio di antichi madrigali, blues, jazz, cascami classici. «La musica dei Jethro Tull è inimitabile - dice Anderson - e si colloca a metà strada tra il rock duro dei Deep Purple e quello pomposo degli Yes». Un suono che esplose e dilagò - attraverso album come This Was, Stand Up, Aqualung, Thick As a Brick, l’ronico Too Old For Rock and Roll Too Young To Die e che portò i Jethro Tull a vendere oltre quaranta milioni di album e, in un certo periodo, a essere secondi per popolarità solo ai Beatles.
Ora Anderson coccola i suoi Jethro ma coltiva anche progetti ambiziosi e diversi. Prosegue, parallela a quella della band, la sua carriera solista fatta di concerti classici con le orchestre sinfoniche e di cd-dvd come il recente Plays Orchestral Jethro Tull in cui rilegge dal vivo i migliori brani della band e alcune pagine di musica classica. «Non sono un musicista classico ma amo rielaborare e riarrangiare i suoni in questa chiave. Non potrei definire il mio stile, ma le mie radici sono essenzialmente acustiche e vengono da un calderone in cui c’è la musica rinascimentale inglese, Ives, i blues di Charley Patton e naturalmente Bach, Beethoven, Mozart. Ora la mia attività viaggia a ritmo binario, tanto per non annoiarmi e per non scivolare nella routine. Quest’estate sarò in tour in Europa con un’orchestra e in luglio suonerò in America con la Sinfonica di San Francisco. Sto anche scrivendo nuovi brani». E il segreto per non annoiarsi, per avere sempre voglia di stare sul palco? «Il successo non serve a nulla se non a concedersi qualche libertà. Io posso permettermi di non preoccuparmi degli altri, suono per me stesso e ogni spettacolo è una sfida. Sono un artigiano del rock, quando salgo sul palco voglio solo regalare emozioni. Mi sento come un calzolaio che fa a mano un paio di scarpe; oppure come Michael Schumacher, pronto a rischiare per regalare buone vibrazioni».
Non ha abbandonato il sarcasmo e la trasgressione, «ma i tempi cambiano e anch’io. Certo sono irriverente, però la scala dei miei valori è cambiata. Qualcuno mi definisce una specie di Robin Hood, e questo mi sta bene ma con una differenza: lui rubava ai ricchi per dare ai poveri, io ora rubo a ricchi e poveri per dare a mia moglie».
Un personaggio particolare dunque, che si fa perdonare qualsiasi cosa quando sale sul palco e, saltellando su un solo piede come un moderno fauno, intona col suo prezioso flauto le melodie che ci hanno fatto crescere e sognare.