I Kraftwerk, re dell’electro-sound

Uno show mastodontico, con il suono diffuso in quadrifonia

Jarno Fiore

C'è grande attesa per l'arrivo martedì a Milano dopo quindici anni dei pionieri per eccellenza della musica elettronica, i Kraftwerk. Alla Villa Arconati di Bollate (dalle 21.00 ingresso 32 euro con i biglietti in via di esaurimento) i quattro «mostri sacri» teutonici presenteranno lo spettacolo legato alla promozione del doppio album live Minimum-Maximum recentemente uscito, sintesi dell'esperienza del precedente tour del 2004 che toccò l'Italia a Torino e Roma.
Milano (delle quattro date estive nella penisola) è forse l’appuntamento più atteso per il gruppo, che senza esagerare ha inventato il concetto di musica elettronica agli inizi degli anni '70 e che nella sua storia le ha regalato un minimalismo che molto ha a che vedere con l'arte visiva e concettuale tedesca.
Quello di martedì 5 sarà uno show mastodontico a livello sia acustico che visivo: il suono,infatti, sarà diffuso in quadrifonia con un impianto che lo riprodurrà da tutti e quattro gli angoli dell'area, mentre dietro ai quattro Kraftwerk ci sarà un grande schermo che trasmetterà video concepiti e studiati dalle tecnologie del Kling Klang Studio, il quartier generale della band nata a Düsseldorf oltre trenta anni fa.
Uno spettacolo, quello di Ralf Hütter, Florian Schneider, Fritz Hilpert e Henning Schmitz, che anche se visto più di una volta sicuramente non finirebbe di stupire per la perfetta associazione tra suono e immagine: ogni passaggio è infatti incredibilmente sincronizzato con le immagini a video creando un tutt'uno che difficilmente capita di vedere. Un lavoro di precisione in cui nulla è casuale e in cui entrambi gli elementi hanno lo stesso peso creando un effetto mirabile. Questo il motivo per cui la prima volta che si assiste a questa performance si rimane letteralmente a bocca aperta, oltre al fatto di trovarsi davanti ai pilastri viventi dell'elettronica, con l'emozione e la deferenza che ciò comporta.
Insomma, spente le luci, ed entrati i «robot» sul palco si è automaticamente assorbiti in una dimensione virtuale, e man mano inglobati nello schermo, che cattura gli occhi, e trasformati inesorabilmente in creature «meccaniche», come se per qualche decina di minuti si mettesse da parte la componente biologica e si imponesse la grande matrice della vita, che non a torto le più grandi menti non solo della scienza ma anche della filosofia, hanno da sempre identificato nella matematica: nei numeri è racchiuso il significato di tutto. Senza la matematica non esisterebbero non solo i computer, ma nulla di quello che costituisce la vita quotidiana di qualunque essere umano.
We are the robots, dunque. Ma i veri robots, quelli sul palco, sanno rappresentare qualcosa che trascende la pura precisione matematica: saranno in scena gli strumenti della moderna (ai tempi decisamente antesignana) informatica, la tecnica più concreta, quella della meccanica dei trasporti (Trans Europe Express e Autobahn celebrano i due simboli dell'era moderna e del progresso tecnologico: il treno e l'automobile), fino ad arrivare alla «macchina» per eccellenza universalmente riconosciuta: il corpo umano, dalla chimica organica delle sue cellule fino alla manifestazione esteriore del suo funzionamento (esemplare in tal senso i video proiettati durante i pezzi di Tour de France).
Ciò che sorprende è che un'idea nata nello scorso millennio, più di trent'anni fa, fornisca un punto di vista peculiare e per nulla anacronistico da cui guardare il moto incessante della civiltà post-moderna: non la natura invasa dall'informatica, ma le macchine.