«Con i laboratori si stimola la loro emotività»

«A metà degli anni '90 su Raiuno c'era un programma pomeridiano per ragazzi chiamato Solletico. Al suo interno io tenevo delle lezioni per spiegare nel modo più semplice l'arte moderna ai bambini delle elementari e delle medie. Avevamo stabilito un interessante rapporto con le scuole e le famiglie, a dimostrazione che la televisione non è il mostro da cui difendersi ma uno strumento che può andare incontro agli insegnanti e a quei genitori che si interessano realmente all'educazione dei propri figli. Gli ascolti erano buoni, ma non tanto da superare quelli della concorrenza, che nella stessa fascia oraria proponeva cartoni animati giapponesi. Conclusione: Solletico venne chiuso».
Professor Zecchi, come si può spiegare nel modo più semplice l'arte ai bambini?
«Con gli esempi, non c'è bisogno di grande fantasia. In generale funziona l'approccio descrittivo e pratico, ovvero l'arte del “far fare”. Per esempio durante la trasmissione Solletico per far comprendere Kandinsky il gioco stava nel far sperimentare l'astrazione al bambino partendo dalla forma».
E casa veniva fuori?
«Per essere sinceri, dei gran pasticci. I bambini si divertivano con i colori, ma per loro era solo un gioco, come a scuola quando dipingono».
Ma allora sono utili i laboratori creativi per i più piccoli organizzati da musei e associazioni?
«Sono fondamentali, permettono al bambino il passaggio da una percezione visiva a una percezione tattile che stimola fortemente l'emotività».
E quali sono i pittori che comunicano di più con i bambini?
«Sicuramente quelli legati all'immagine favolistica. Kandinsky è un gioco troppo difficile da capire, mentre la favola di Chagall e in generale i surrealisti sono di più immediata comprensione perché, pur presentando un sogno, sono più vicini alla realtà e lasciano spazio all'immaginazione. Anche il racconto sacro stimola molto i bambini, soprattutto tra i 6 e 7 anni. Così la pittura occidentale cristiana impressiona molto i piccoli perché c'è dietro una storia».