I lavoratori Fiat non ci stanno: «I piloti esultano? Da vomito»

da Torino

Cosimo, Corrado, Domenico, Paolo, Luigi, Rocco, hanno un volto ma accettano soltanto di avere una voce. Non hanno tanta voglia di commentare le vicende di Alitalia perché devono prendere il bus per tornare a casa.
Eppure a Mirafiori al cambio turno delle 13, davanti ai cancelli, c’è qualcosa di strano. Le giacchette verdi di Alitalia che alzano le braccia al cielo con sopra titoli a caratteri di scatola sui giornali di tutta Italia da queste parti fanno un certo effetto. «Quelli non hanno capito. O sono cretini o c’è qualcosa sotto, non è possibile: forse sanno che qualcuno li salverà anche dopo il fallimento. Al posto loro avrei paura». Cosimo la pensa così.
Ma evidentemente la paura è cosa di ben altro spessore per chi ha divaricato le dita a V in segno di vittoria nel momento in cui la profezia dei malpancisti si avverava con Alitalia davanti al vuoto, il baratro: il fallimento. Ma se il senso del pudore mostra qualche crepa perfino ai limiti del minimo sindacale, il sindacato (quello vero) ha poco da cantare. Il termometro segna febbre da cavallo. Nel tempio del sindacato, Mirafiori, dove la paura e l’incertezza, lo spettro della «cassa» hanno un significato evidentemente diverso, forse più autentico e intimo, i lavoratori fanno il gesto dell’ombrello. E non solo protestano. Guardano al cielo (dove lavorano) con occhio feroce gridando «banditi» a chi come unica colpa ha quella di avere racimolato 1 miliardo per riportarli a volare.
«Io capisco tutto ­ dice Paolo, 52 anni e 21 in fabbrica - ma quando ho visto esultare mi è venuto da vomitare. Una volta un compagno, adesso in pensione, un giorno, proprio qui davanti dove siamo adesso, mi raccontò di una trattativa estenuante con l’azienda. Ore e ore, assemblee e riunioni e scontri su scontri. Eravamo negli anni ’80. E sa per cosa lottavamo? Per una mela da mettere nel piatto della mensa. Non volevano darcela e ritenevano che il contorno fosse sufficiente. Mi dia retta: hanno appoggi strani».
O forse come dice Cosimo, il più anziano, 68 anni battuti da un pezzo e portati tutto sommato bene dopo 35 anni di linea «è tutta colpa del sindacato». Fa strano sentirlo pronunciare qui benché non sia più una notizia: «La tessera della Cgil l’ho stracciata da un pezzo, anche quando lavoravo. Chi rappresentano questi?». È calabrese Cosimo e non riesce a staccare la spina col lavoro, ogni tanto fa un salto davanti ai cancelli per salutare i colleghi coi quali ha lavorato negli ultimi anni. Ma soltanto in teoria è facile parlare di sindacato davanti alla Porta 2. I quarant’anni portati né bene né male di Corrado, licenziato da Chivasso e senza lavoro per due anni e ora in catena a Mirafiori, fanno da cornice quasi commovente alle grida festanti di hostess e piloti. Allacciate le cinture, prego: «Sono arrivati un giorno e mi hanno detto: lei è fuori. Sento che i sindacati fanno quello che vogliono. Forse hanno ragione i miei colleghi». E mica è arrabbiato Corrado, soltanto «un po’ sorpreso», dice indicando «i privilegi» e il «brindisi col morto». Molti la pensano così. Troppi. Strano.
Non a caso al cambio turno si presenta l’ex senatore Franco Turigliatto davanti ai cancelli, il duro che fece cadere Prodi al tempo che fu, cioè l’anno scorso: «Sono venuto per la stessa ragione per la quale lei è qui ora. Non si poteva firmare un suicidio del genere». Attorno a lui si radunano in quattro. Esatto: soltanto quattro.