I leader antisiriani non hanno dubbi «Ci saranno altri omicidi politici»

Sul banco degli imputati Siria e Iran. Che ora se la prendono con la Francia

Fausto Biloslavo

La bara avanzava a fatica in mezzo alla folla disperata, coperta da una bandiera con il cedro stilizzato, simbolo della Falange cristiana. Le donne dai davanzali lanciavano riso e petali di fiori, mentre i sostenitori del partito sparavano in aria all’arrivo del feretro di Pierre Gemayel, il ministro dell’Industria libanese assassinato due giorni fa a Beirut. I funerali si svolgeranno oggi, ma ieri si è visto un anticipo della dimostrazione di massa in cui potrebbero trasformarsi, quando la salma del giovane ministro è stata portata a Bikfaya, la roccaforte del clan Gemayel sulle montagne a nord est di Beirut.
Poche ore prima il leader druso, Walid Jumblatt, aveva apertamente accusato la Siria dell’omicidio sostenendo che altri ne potrebbero seguire. Anche Amin Gemayel, padre della vittima ed ex presidente della Repubblica libanese, ha puntato il dito contro Damasco.
Non a caso il lento avanzare della bara nelle viuzze di Bikfaya era scandito da applausi e grida come «morte alla Siria». Il carro funebre è stato accolto da una grande folla con uomini e donne in lacrime, che innalzavano i ritratti di Pierre Gemayel. Il padre ha seguito il feretro a piedi, fino alla casa di famiglia, accompagnato dalla moglie Joyce e dalla vedova, Patricia, distrutta dal dolore. Ieri è stato il primo dei tre giorni di lutto nazionale e il patriarca dei cristiani maroniti, Nasrallah Sfeir, ha esortato alla calma pur ammettendo che l’omicidio eccellente «è un disastro non solo di una famiglia, ma della nazione».
Amin Gemayel ha dichiarato di «non aver prove inconfutabili, ma molti hanno puntato il dito contro la Siria», come mandante dell’assassinio. «Abbiamo le prove che è stata la Siria ad assassinare mio fratello, il presidente Bashir Gemayel, fatto saltare in aria nel 1982 - ha proseguito - e tutto ci porta a ritenere che sia abitudine della Siria regolare i suoi conti in Libano con questi mezzi diabolici».
La stampa ufficiale di Damasco ha restituito al mittente le accuse. L’omicidio eccellente, hanno scritto diversi quotidiani, è opera dell’attuale maggioranza politica in Libano che vuole impedire a Hezbollah di far cadere il governo del primo ministro Fouad Siniora e formare un esecutivo di unità nazionale, ovvero prono a Damasco. Anche l’Iran, padrino del partito armato degli sciiti libanesi, ha preso le distanze dall’omicidio che sta risvegliando i vecchi incubi della guerra civile, che travolse il Libano dal 1975 al 1990.
Pierre Gemayel è il sesto uomo politico antisiriano ucciso in meno di due anni e ieri il leader druso, Walid Jumblatt, non ha avuto peli sulla lingua. «Accuso francamente il regime siriano e mi aspetto altri omicidi» ha spiegato Jumblatt che fa parte del cartello politico del 14 marzo, nato dalla cacciata dei siriani dal Libano. Secondo il leader druso i servizi di Damasco hanno eliminato Gemayel per ridurre il numero di esponenti del governo che possano approvare la bozza del Consiglio di sicurezza sul tribunale Onu che dovrà giudicare i responsabili dell’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri, in cui c’è pure lo zampino di Damasco. «Possono uccidere un altro ministro, possono fare quello che vogliono, ma alla fine vinceremo noi» ha detto Jumblatt nella sua roccaforte fra i monti dello Chouf. Il leader druso ha chiamato in causa lo stesso presidente siriano, Bashar Assad, accusandolo di destabilizare il Libano. «Bashar è consapevole - ha proseguito Jumblatt - che se un solo caporale è coinvolto nei crimini, ne verrà coinvolto l’intero sistema totalitario. Voglio dare un consiglio agli europei: dovete capire che il regime siriano è irriformabile perché non fa nulla per cambiare».