I leader d'Europa alla corte di Obama

Il candidato democratico cerca legittimazione internazionale. Il senatore potrebbe cominciare con Londra, dove sia Brown sia Cameron vogliono incontrarlo. Poi in Medio Oriente prima di volare a Berlino e Parigi

Primi ministri e studenti universitari. Politici di maggioranza e politici d’opposizione. La settimana di viaggio fra Europa e Medio Oriente di Barack Obama dovrebbe, secondo le date non ufficiali (per motivi di sicurezza), iniziare nelle prossime ore e sembra essere destinata a incontri e bagni di folla. Al punto che, in Gran Bretagna, presunta tappa iniziale del viaggio, sia il premier Gordon Brown sia David Cameron hanno fatto a gara per vederlo. Poco importa che siano rivali: entrambi hanno voluto essere sicuri di incontrare il candidato democratico alla Casa Bianca. Che, venerdì, dovrebbe accontentarli tutti e due.

Insomma, in Europa, tutti sembrano aspettare a braccia aperte il senatore dell’Illinois. Dopo Londra e dopo un tour mediorientale, il 24 luglio toccherà a Berlino, la città simbolo dei successi degli ex presidenti John F. Kennedy e Ronald Reagan. Soltanto Angela Merkel ha in qualche modo guastato il sole che sembra splendere sul senatore, negandogli di parlare alla porta di Brandeburgo, luogo simbolo della Guerra fredda. Lì, Kennedy disse «Ich bin ein Berliner!», sono di Berlino, e Reagan invitò Gorbachev a «demolire questo muro». Troppo presto per Obama, sembra aver pensato la cancelliera. Ma a lui - certo d’essere accolto comunque con calore dai tedeschi e dal leader dei socialdemocratici Kurt Beck - non sembra importare e resta speranzoso di vestirsi con il manto dei suoi predecessori anche senza parlare nel luogo simbolo.

Dell’accoglienza fredda di Merkel, si consolerà a Parigi il giorno successivo: sarà ricevuto anche all’Eliseo, dove il neo atlantismo francese varato dal presidente Nicolas Sarkozy lo farà sentire a casa. Niente Italia e Spagna: Walter Veltroni e José Luis Zapatero: l’amico della prima ora (stando alle sue parole) e il leader socialista spagnolo hanno scontato la loro marginalità.

Un Grand Tour che il senatore dell’Illinois intraprende dopo che, prima d’ora, è stato in Europa solo 24 ore. Le tappe sembrano essere state scelte con cura: Londra, la sponda tradizionale di Washington nel Vecchio Continente; Parigi, i cui controversi rapporti con gli Stati Uniti richiedono un’attenzione particolare; Berlino, il simbolo della Guerra fredda e della grandezza americana degli anni passati. Ma nonostante questo, e nonostante l’accoglienza che gli sarà riservata, per Obama il punto culminante del suo road trip saranno le tappe mediorientali. Irak, Afghanistan e Israele: il fronte attuale, quello passato - e a giudicare dai discorsi degli scorsi giorni, anche futuro - e l’alleato tradizionale e oneroso. In Medio Oriente, difficilmente ci saranno bagni di folla. Di sicuro, però, non saranno meno intensi gli incontri nell’agenda del senatore.

A partire da quello con il generale David H. Petraeus, l’uomo del surge, che tanti frutti ha dato negli ultimi mesi nel paese, dove proprio ieri gli uomini americani sono tornati a essere soltanto 150mila, come prima dell’intervento del generale. Quando candidato presidenziale e militare si incontreranno, quando Obama vedrà in prima persona i progressi fatti nella regione dall’unica sua veloce visita come membro del Congresso qualche anno fa, probabilmente avremo un altro turning point nella campagna del senatore, che potrebbe ammorbidire le sue posizioni sulla permanenza dei soldati a stelle e strisce sul suolo iracheno. Dopo Bagdad, sarà il turno dell’Afghanistan. «Il vero fronte della guerra al terrore, che negli scorsi anni abbiamo colpevolmente trascurato», ha detto nei giorni scorsi Obama, promettendo 7mila soldati in più a Kabul, quasi a imitare la strategia che ha avuto tanto successo in Irak. Una decisione che, se la situazione sul fronte sicurezza continua a peggiorare, potrebbe essere già anticipata dal Pentagono, che vorrebbe spostare delle truppe dal fronte arabo a quello afghano.
Ultima tappa, prima di tornare in Europa, sarà Israele. Negli ultimi mandati, ogni presidente ha dovuto misurarsi con la questione arabo-israeliana. Meglio iniziare quindi a incontrare il premier Ehud Olmert e il leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu e anche il palestinese Abu Mazen. Cosa cerca Obama con questo viaggio? Prima di tutto, di colmare la «scarsa esperienza internazionale», principale motivo d’attacco dei suoi detrattori. Secondo, di accreditarsi davanti agli alleati come un candidato che ha a cuore le loro necessità e che sa come condurre una guerra. Se ci riuscirà o se il suo tour si trasformerà in un boomerang come accadde per l’ex candidato democratico John Kerry nel 2004, lo sapremo nei prossimi mesi.