I leader al Quirinale, Napolitano verifica se Prodi ha i voti

Resta lo stallo nelle consultazioni del capo dello Stato. Questa mattina si riparte con il centrodestra, a seguire l’Unione Poi la decisione: il Colle orientato a rinviare il Professore alle Camere

Roma - Si aprono le porte del Quirinale, dopo il crac del governo sulla politica estera. E nello Studio alla Vetrata, davanti al capo dello Stato impegnato nelle consultazioni, accanto ai presidenti dei gruppi parlamentari, tornano dopo sette anni i leader di partito. Giorgio Napolitano, infatti, rompendo una prassi recente instaurata da Carlo Azeglio Ciampi, oggi ascolterà il parere di Umberto Bossi, Gianfranco Fini, Piero Fassino e soprattutto quello di Silvio Berlusconi, che nella partita politica aperta dalle dimissioni di Prodi gioca ovviamente un ruolo di primo piano, pur non rivestendo un incarico parlamentare.
Un anno fa, dopo le elezioni da cui uscì vincente Prodi, Berlusconi fu consultato come leader della Cdl. Oggi, dopo le polemiche e le divergenze degli ultimi mesi con l’Udc, la situazione del presidente di Forza Italia è più complessa dentro il centrodestra. Napolitano, in ogni caso, ci tiene a raccogliere il suo parere, ad avere con lui un più ampio scambio di idee in forma ufficiale, dopo aver avuto con lui un colloquio telefonico. Naturalmente la scelta di allargare il ventaglio delle consultazioni ai leader di partito è anche frutto della delicatezza della fase politica attuale. «Vista la particolare complessità della situazione venutasi a determinare con le dimissioni del governo Prodi - è scritto infatti nel comunicato del Quirinale - il Presidente della Repubblica ha deciso di consentire ai presidenti dei gruppi parlamentari di associare alle consultazioni i leader dei rispettivi partiti».
In attesa dei big, sono iniziate ieri le «udienze». I primi a comparire davanti a Napolitano sono stati il presidente del Senato, Franco Marini, e quello della Camera, Fausto Bertinotti. Nel pomeriggio è iniziata la sfilata dei gruppi parlamentari. Due i rappresentanti particolarmente attesi: Marco Follini e Raffaele Lombardo. Il primo si è fermato dal capo dello Stato qualche attimo in più rispetto ai 15 minuti previsti per ogni udienza. Il leader dell’Italia di Mezzo ha manifestato la sua disponibilità a entrare nel governo, ma soltanto se sarà redatto un nuovo programma. Semaforo rosso, invece, dai lombardiani che prima hanno legato, provocatoriamente, il loro ingresso alla costruzione del Ponte sullo Stretto. Poi con Raffaele Lombardo hanno annunciato che «il Movimento per l’autonomia non entrerà nella maggioranza per lealtà verso i propri elettori. L’ipotesi prospettata al capo dello Stato è che questo governo torni al Senato per chiedere la fiducia. Napolitano non ha prospettato altre alternative». Sul Colle sono saliti anche il segretario del Pri, Francesco Nucara, che si è detto favorevole a un nuovo esecutivo che abbia al centro del programma la riforma della legge elettorale, e Sergio De Gregorio, rappresentante di Italiani nel mondo. «Ho espresso la volontà di cooperare col governo, in presenza di una variazione di rotta sulle politiche della famiglia». Come dire che soltanto il ritiro immediato del ddl sui Dico potrebbe indurlo a votare la fiducia.
Il piatto forte delle consultazioni, comunque, sarà servito oggi, quando sfileranno davanti a Napolitano i partiti più significativi, leader compresi. Alle 10 toccherà a Lega, Udc, An e Forza Italia. Da mezzogiorno inizieranno le consultazioni con i partiti del centrosinistra. Prima della pausa saranno ascoltati Rosa nel pugno e Udeur. Dalle 16 Italia dei Valori, Comunisti italiani, Verdi, Rifondazione e Ulivo. Chiuderanno i tre ex presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. Alla fine la decisione sull’esito della crisi sarà solo e soltanto nelle mani del capo dello Stato che dovrà tentare di sciogliere il nodo della crisi, rispedendo Romano Prodi alle Camere alla ricerca di una difficile fiducia, dopo aver ottenuto le necessarie rassicurazioni sulla presenza di una maggioranza dell’Unione al Senato. Oppure riprendere la bacchetta in mano e orchestrare una soluzione alternativa.