I legali al contrattacco: «Chi ha ucciso Samuele non aveva quel pigiama»

La difesa gioca la carta decisiva contro la prova chiave: contestare l’affidabilità del test sulle macchie di sangue

da Milano

Riunioni su riunioni. Ore di studio. Un weekend lunghissimo per affinare la strategia. Carlo Federico Grosso, Paolo Chicco e Paola Savio ci credono: la condanna di Annamaria Franzoni non è ancora definitiva e gli avvocati difensori faranno di tutto mercoledì in Cassazione per togliergliela di dosso. Se la sentenza d’appello a 16 anni dovesse essere confermata, per la mamma di Cogne si aprirebbero le porte del carcere. «Ma i motivi del nostro ricorso sono tutti fondati», ha ripetuto nei giorni scorsi la Savio. Lei, che ha sostenuto da sola il duello con l’accusa in appello, dopo l’uscita di scena di Carlo Taormina, non ci sarà a Roma. Toccherà alla coppia Chicco-Grosso rovesciare un verdetto che pesa come un macigno.
Ma i conteggi si fanno alla fine. E il team dei penalisti andrà all’attacco su tre livelli: cercherà di dimostrare l’inaffidabilità della tecnica usata per arrivare a una verità che si presume sia scientifica e scientifica non è, secondo i difensori; cercherà di minare il quadro d’insieme degli indizi che dovrebbero essere precisi, gravi, concordanti e invece precisi, gravi e concordanti non sono secondo i penalisti; infine contesterà alcuni passaggi della lunga battaglia dibattimentale fin qui sostenuta cercando di far saltare l’intero edificio processuale.
Impresa difficile. Ma gli avvocati mostrano un cauto ottimismo. La bpa, acronimo per bloodstain pattern analysis, non li convince. Non in generale, ci mancherebbe, nessuno vuole combattere contro la tecnologia e le sue infinite applicazioni. Ma proprio questo è il punto: un conto è operare in astratto, altra cosa è valutare in concreto come è stato utilizzato dal Ris dei carabinieri questo sofisticato metodo di analisi delle macchie di sangue. Gli esperti messi in campo dalla difesa le leggono in tutt’altro modo e arrivano ad una conclusione assai lontana da quella raggiunta dal Ris: l’assassino non indossava il pigiama, dunque l’assassino non è Annamaria Franzoni perché gli schizzi sulla casacca e sui pantaloni hanno un’altra spiegazione: quella stanza della villetta di Montroz era un mattatoio e il sangue era dappertutto. Certo, se la difesa riuscisse a insinuare il dubbio sulla correttezza del lavoro svolto per ricostruire la geografia del delitto, allora tutto cambierebbe: messo in discussione il perno dell’inchiesta, insomma il pigiama, tutta la costruzione oscillerebbe.
Siamo al secondo punto. Gli indizi. Presi singolarmente, hanno un valore relativo, ma messi insieme formano una rete a maglie strette in cui Annamaria Franzoni, almeno in appello, è rimasta impigliata. Il ricorso fa a pezzi quella rete e affonda uno a uno tutti gli elementi messi in fila dai Pm. Tutti, ma proprio tutti: Annamaria chiudeva abitualmente la porta di casa quando usciva oppure no? E come mai non è saltata fuori l’arma del delitto? La Procura generale di Torino ha ipotizzato un pentolino di rame o un mestolo, ma la Savio, davanti ai giudici popolari, ha provato invano a nascondere un mestolo dentro uno zainetto uguale a quello sequestrato ad Annamaria Franzoni dopo la morte di Samuele. Insomma, gli indizi nella prospettiva difensiva sono un boomerang. Così gli zoccoli della mamma di Cogne: come si sono formate le macchie di sangue sulle suole? Ancora una volta le risposte divergono e ci si torna a interrogare sui calcoli del Ris.
Più che a un processo a volte si ha la sensazione di assistere ad un esperimento scientifico. I risultati non coincidono. E possono portare alla condanna e al sipario su questa storia, oppure alla riapertura del caso e ad un nuovo processo d’appello, da celebrare magari il prossimo anno a Torino.
Ritornare a Torino. È quel che vogliono gli avvocati, nel tentativo di riesaminare tutte le prove raccolte. Tutti gli elementi possono servire per convincere la Cassazione a rimettere in discussione gli elementi raccolti. Paola Savio, quando fu scaraventata sul banco della difesa, ebbe solo 13 giorni per studiare 40 faldoni. Un periodo sufficiente o il diritto alla difesa è stato violato?