I leghisti avvisano i colonnelli: giù le mani da Bossi

nostro inviato a Bergamo
Che cosa davvero stia succedendo, nessuno ancora l’ha capito. Però s’è capito chiaramente che qualcosa sta succedendo. In due fortificazioni storiche della Lega, Bergamo e Varese, contemporaneamente viene buttato dalla torre il candidato caro a Bossi. Bocciati Stucchi e Ferrario: nuovi segretari provinciali diventano due personaggi che vengono dalla cosiddetta base. Qualcuno si affretta sarcasticamente a dire «come usava nella Lega di una volta».
Succedesse ad Ascoli o a Savona, saremmo nel campo del folklore. Ma a Bergamo e a Varese no, non è folklore: parlando di cose leghiste, qui siamo al centro del sistema solare. Con il riconosciuto talento per la sintesi sbrigativa ed estrema, è Daniele Belotti, consigliere regionale e figura storica del primo leghismo, a riassumere il senso dell’evento: «È una pugnalata al capo».
Per dire il clamore e le conseguenze di un simile risultato: da una settimana, cioè dall’imprevedibile tramvata, tutti quanti si stanno profondendo in spiegazioni tranquillizzanti, al grido di «Bossi non si tocca, queste elezioni non sono contro Bossi». Effettivamente sono tutti sinceri: il mito nessuno lo toccherebbe mai. Il solo nome funge ancora da balsamo e da consolazione, in questo periodo di travagli e macerazioni. Il problema è che invocare Bossi, dopo la sua malattia, ha l’inconfondibile sapore del rimpianto. Della nostalgia. Perché nessuno si nasconde come adesso la vita non sia più la stessa. Pesano le sconfitte elettorali? Certo, ma anche quelle vengono spiegate come diretta conseguenza della maledetta malattia. Ora la mitologica base assiste all’ineluttabile: al gioco dei colonnelli, il gioco senza regole del dopo-Bossi.
È difficile trovare qualcuno che chiami le cose con il loro nome. Che tranquillamente pronunci la formula dolorosa del «dopo-Bossi». Il solo azzardare una domanda sull’argomento scatena reazioni orgogliose: ancora oggi, il vocabolo Bossi basta a spazzare via mal di pancia e lacerazioni. Eppure, qualcuno c’è. Il segretario uscente di Bergamo, Cristiano Forte, non ha problemi a fornire una disinibita fotografia della situazione. Riassumendo: «Noi sappiamo che Bossi non è più lo stesso, per i motivi noti a tutti. Guardiamoci in faccia. Intorno a lui, ci sono persone che credono di poter sostituire Bossi, senza però essere Bossi. Come Calderoli. Non possiamo accettare questi giochi. Anche perché chi crede davvero di poter sostituire Umberto è chiaramente un matto. Si sappia che la Lega deve tutto a due soli fattori: Bossi e la base. Gli altri sono di contorno. Dunque, la nostra nomenklatura deve smetterla di pensare solo alle poltrone. Si rimetta a disposizione, ascolti di nuovo la nostra gente. Una cosa comunque è certa: se ex-ministri, parlamentari, pezzi grossi pensano per caso di boicottare i segretari usciti liberamente dalle urne, sappiano che stavolta li cacciamo a calci nel didietro».
Dai congressi provinciali, più o meno dichiaratamente, la stessa aria di rivolta: a Bossi si perdona tutto, a chi gli sta attorno no. Così si spiega, per esempio, la bocciatura a Bergamo del candidato bossiano Giacomo Stucchi: rispedito al mittente perché calato dall’alto - a poche ore dal congresso - su consiglio di qualcuno. Qualcuno chi? In zona, nemmeno l’ombra del dubbio: il qualcuno è Roberto Calderoli. Strana situazione, la sua: mentre studia da Bossi di domani, mentre costruisce giorno per giorno la sua immagine di leader celodurista e ruggente, si trova contro proprio il movimento della sua provincia. A lui e agli altri parlamentari, gran parte della base padana imputa un morboso attaccamento alle poltrone, proprio il nemico che la gente li aveva inviati a combattere.
Dice Cristian Invernizzi, 29enne studente in legge, neo-segretario a sorpresa, commentando il risultato: «Ci siamo sentiti tagliati fuori. In questi ultimi anni c’è un cortocircuito comunicativo. Eravamo abituati ad un rapporto stretto con Bossi: lui veniva spesso e ci spiegava le sue scelte. Dopo la malattia, non è più così. La testa dei nostri vertici è rivolta a Roma, per gli impegni istituzionali. Ora i militanti chiedono di rinsaldare i rapporti».
La voce dei militanti si alza forte dalle colonne de L’Eco di Bergamo, subito dopo il successo congressuale. Prese a caso dalle reazioni tra i delegati. «Abbiamo dimostrato che anche noi contiamo qualcosa. Si torna all’entusiasmo delle origini». «Abbiamo dimostrato che la base vuole essere rispettata, il resto è aria fritta». «Da mesi i militanti davano segnali chiari. Speriamo che con un nome nuovo ci sia vita nuova anche per la Lega».
Che cosa stia succedendo, è difficile dire. Ma qualcosa sta succedendo. Non un semplice malessere. C’è dell’altro. Sotto osservazione, dalle pianure e dalle vallate di Padania, non c’è tanto Bossi, cui tutti rivolgono sempiterna venerazione, ma i suoi colonnelli. I candidati, o meglio sarebbe dire autocandidati, a raccoglierne l’eredità.
L’atmosfera che si respira, come peraltro già da tempo accade in Veneto, è abbastanza tossica. Un fatto è chiaro: le cambiali in bianco concesse da sempre a Bossi non saranno concesse agli altri. Bossi se le era andate a cercare per contrade e villaggi, tirando mattina sulle tovaglie di plastica dei trani e delle taverne. Quelli che lavorano per prendere il suo posto - i Calderoli, i Maroni, i Castelli, i Giorgetti - non devono illudersi di trovarsi le stesse cambiali sul tavolo.
È questo il vero significato dei congressi anti-Bossi: in realtà, sono congressi contro chi sta cominciando a sostituire Bossi. Contro chi lo consiglia e lo influenza. I duri e puri di periferia non sono più a disposizione, senza condizioni. Per il capo vero diventerebbero carne da macello, per i successori no. Tutto sommato, chi lavora per sostituire Bossi potrebbe cogliere il senso: più che interrogarsi se guardare verso l’Unione, farebbe bene a guardarsi le spalle.