I liberali incolti e la sinistra dei migliori

Giovedì e venerdì, a Roma, organizzato dalla Fondazione Liberal, si terrà la «prima assemblea nazionale dei giornalisti di area liberale». Qualcuno, leggendo, avrà già lanciato la classica battutaccia: la fanno in una cabina telefonica?, per dire che i giornalisti di area liberale saranno, sì e no, un paio.
Non è così, naturalmente. Ma così vien sempre detto, e bisogna riconoscere che vien detto sia a destra che a sinistra. A destra ci si lamenta spesso che «la stragrande maggioranza dei giornalisti è di sinistra» (lo dice Berlusconi, ad esempio). A sinistra si afferma lo stesso concetto motivandolo però con una sprezzante spiegazione, secondo la quale la destra difficilmente produce giornalisti perché il giornalismo ha a che fare con la cultura, e destra e cultura son due cose incompatibili. È un pregiudizio che in Italia prospera non soltanto nel mondo dell’informazione, ma anche in quello dello spettacolo, della letteratura, dell’università, e via di questo passo. Di intellighenzia, in Italia, non soltanto ve n’è una sola; ma ve ne può essere una sola.
Non si tratta di fare del vittimismo. Nella relazione introduttiva del convegno (che si terrà allo Spazio Etoile di piazza San Lorenzo in Lucina 41, per informazioni info@liberalfondazione.it) non manca una buona dose di autocritica: se la sinistra ha occupato tutti gli spazi, vien detto, è anche per l’ignavia delle culture cattolica e liberale. In buona parte è vero. Tuttavia, resta il fatto che nei giornali, dal dopoguerra in poi, un’egemonia della sinistra c’è stata.
O meglio sarebbe dire delle sinistre. Perché le sinistre, alla fine della guerra, nel nostro Paese erano almeno tre: quella comunista gramsciana, quella azionista gobettiana e quella cattolico-dossettiana. Poi se n’è aggiunta un’altra, quella partorita dal Sessantotto, che ha fondato la sua battaglia mediatica principalmente su una teoria: quella del «doppio Stato». È una teoria secondo la quale in Italia non c’è mai stata una vera democrazia, perché un po’ gli americani, un po’ la Chiesa, un po’ le oscure trame di servizi segreti, P2 eccetera, hanno condizionato gli italiani inducendoli - loro malgrado - a votare per chi non avrebbero voluto votare.
Questo è, a nostro parere, il primo grande imbroglio prodotto dall’egemonia della sinistra nel mondo dei media: l’aver fatto intendere sempre che, se al governo non c’era il Pci (prima) o l’Ulivo (poi) è perché l’Italia è un Paese a democrazia limitata.
Il secondo grande imbroglio sta nel fatto di sostenere sempre che queste sinistre così diverse fra loro sono costrette ad allearsi per far fronte comune contro una destra eversiva, pericolosa. È almeno dal 1994 che sentiamo ripetere che il problema non è la destra ma questa destra, quella di Berlusconi, la quale sarebbe una destra anomala per via delle televisioni, del conflitto di interessi, di una presunta rozzezza culturale e così via. Ma è una menzogna smentita da una storia che, pur molto recente, viene sorprendentemente dimenticata.
Il problema, infatti, non è la destra di Berlusconi. Anche quando c’era la Dc si diceva che l’avversario della sinistra era impresentabile. Ricordate? «La Dc è un partito di ladri e perfino di terroristi, responsabile delle bombe di Stato»... Qualche anno fa Francesco Cossiga ha detto in un’intervista che, se fossero state vere tutte le cose che il Pci diceva su Andreotti, sarebbe stato giusto - anzi, doveroso - arruolarsi nelle Brigate rosse. Eppure oggi a sinistra, criticando Berlusconi, si fa finta di rimpiangere la Dc. E Craxi? Ricordate di quale campagna fu fatto oggetto Craxi da quando spostò il partito socialista su posizioni moderate?
Ma volete un altro esempio, cari lettori del Giornale? Ebbene, ricordatevi quando negli anni Settanta andavate a comperarlo, questo quotidiano. Dovevate acquistarlo di nascosto; e poi ripiegarlo sotto l’ascella per evitare che il katanga di turno vi spedisse al reparto craniolesi. Oggi Montanelli viene celebrato da una sinistra che cerca di riciclare tutto (l’altro giorno Rutelli ha fatto perfino l’elogio di Oriana Fallaci...), ma allora il grande Indro era bollato come un «fascista»; e quando le Brigate rosse gli infilarono quattro pallottole nelle gambe furono ben pochi a manifestargli solidarietà.
Inutile, e anche un po’ puerile, fare l’elenco dei grandi editori per dimostrare che non sono «di sinistra». Chi lavora in questo settore sa bene che gli editori contano fino a un certo punto (spesso ben poco) nella fattura dei giornali. E sa anche che nel nostro mondo chi non fa professione di «sincera fede democratica» è guardato come un povero zoticone. La rivendicazione di far parte di una sorta di «mondo dei migliori» è un’altra delle colpe - forse la peggiore - del giornalismo militante di sinistra.
Ora non importa se tutto questo è stato frutto solo della prepotenza di chi è diventato maggioranza, o anche di un’inettitudine di chi è rimasto minoranza. Importa una cosa: prendere atto che, giornali o no, la gente non è così fessa. Dal 18 aprile 1948 alle prime elezioni della Seconda Repubblica (ma anche a quelle dell’anno scorso) si è visto che il Paese reale non è quello disegnato a tavolino nei salotti buoni degli intellettuali engagé. I lettori ci sono, insomma: i giornalisti liberali anche, ma forse devono darsi una mossa.
Michele Brambilla