I «Limiti dello sviluppo» madre di tutte le panzane

Caro Granzotto, sto rileggendo il libro «I limiti dello sviluppo» sul rapporto condotto dal Mit per conto del Club di Roma pubblicato più di trent’anni fa. Il risultato a cui giungeva era piuttosto catastrofico per l’umanità ed era previsto nell’arco di pochi anni. Tutto ciò non si è verificato in quel tempo, ma le conseguenze a cui era giunto mi sembrano molto attuali, quali: il deterioramento dell’ambiente, la crisi delle istituzioni, la burocratizzazione, l’espansione incontrollata delle città, l’insicurezza del lavoro, l’alienazione della gioventù, il rifiuto del sistema dei valori sociali da parte di un sempre maggior numero di persone, l’inflazione e ogni altro squilibrio monetario ed economico. Gradirei a tal proposito un suo giudizio
Giancarla Bassi - Viareggio (Lu)


È vero, gentile lettrice: I limiti dello sviluppo prendeva in esame molti temi, ma a renderlo popolare - una vera Bibbia ambientalista - fu esclusivamente la parte che si riferiva allo sfruttamento delle risorse. Cioè la più balorda. Mentre le conclusioni cui giunse il Club di Roma di Aurelio Peccei (fondato nel Sessantotto, guarda caso) sui mutamenti sociali in corso erano il frutto di analisi e di riflessioni, i dati del capitolo relativo alle conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema e sulla sopravvivenza della specie umana furono affidate a un metodo allora inedito: la simulazione al computer. Le famose «proiezioni», i famigerati «modelli matematici». Con i quali il terrorismo ambientalista alle sette stelle, alla Pecoraro Scanio, seguita a campare e a lucrare. Una quarantina d’anni fa e dunque ai suoi primi passi (il World3 utilizzato dal Club di Roma disponeva di meno memoria e capacità di calcolo di una playstation di prima generazione), il «cervello elettronico», com’era chiamato, fu accolto - e sbolognato - come l’arnese che finalmente affrancava l’uomo dall’errore. Ogni responso della macchina assumeva pertanto, nel così detto immaginario collettivo, una impronta di competenza e di autorità «sovrannaturale» e tale da risultare inappellabile. In ciò trascurando il fatto che i dati che il computer avrebbe dovuto elaborare li aveva inseriti l’uomo. Il quale, com’è noto, non è infallibile.
E così è andata a finire che le speculazioni intellettuali colsero nel segno, quelle affidate al «cervello elettronico» sballarono clamorosamente. E questo perché falsate dal «paradosso di Lomborg», ovvero dall’atteggiamento di chi, dopo aver verificato il contenuto del frigorifero, ne conclude: «Ho cibo per tre, quattro giorni ancora. Al quinto morirò di fame». Stando alla proiezione matematica, il Club di Roma sentenziò infatti che il petrolio (assieme ad altre decine di materie prime) si sarebbe esaurito completamente entro il 1992. E che la progressiva scarsità dei beni di prima necessità e la mancanza di beni sostitutivi avrebbe provocato, nel giro di qualche decennio, dapprima rincari vertiginosi e successivamente la carestia. Tutte cose smentite poi dai fatti: petrolio e materie prime sono ancora a disposizione, l’umanità è meglio nutrita e in generale prezzi delle derrate alimentari sono addirittura scesi. Potremo dunque concludere che I limiti dello sviluppo è la madre di tutte le panzane che gli ayatollah dell’ambientalismo sfornano a getto continuo per poter tener alto l’allarme catastrofe, condizione necessaria per consentire alle loro madrasse di seguitare a ricevere fiumi di contributi (in moneta sonante).