I Litfiba nella Grande Nazione suonano sempre la solita lingua

Deve essere proprio pace, se il sulfureo Piero Pelù (nella foto) non smette di tenere un’affettuosa manaccia da rocker sulla spalla di Ghigo. Quando poi se ne esce con un esplicito «abbiamo fatto una cazzata a dividerci nel '99, siamo qui per rimanere», allora si può dire: i Litfiba son tornati sul serio. Soprattutto con un album di inediti, Grande Nazione (Sony, esce martedì) che vuole essere sarcastico ma anche costruttivo. «Preferisco essere un ottimo pessimista che un pessimo ottimista», sentenzia Pelù. Buona parte dei testi di questo lavoro fitto di rock e intensità elettrica parlano delle difficoltà e delle speranze della vecchia Italia, appena uscita - a sentire i Litfiba - da un «regime che non era democrazia» e che ora il premier Monti condurrà a fulgidi orizzonti «sempre che riesca a liberarsi di corrotti e mafiosi». Ma l’Uomo della Provvidenza non era un tic da popolino? Se lo canti a suon di rock evidentemente no. Il mondo d’oggi ai Litfiba piace poco, e lo confermano brani come Squalo, Grande Nazione e Tutti buoni. Sulla scena rock nazionale, Pelù non le manda a dire: «Il rock non va in classifica? E chi se ne frega. Il rock deve andare dritto per la sua strada. Deve osservare e dire. E invece oggi le rockstar nazionali si sfidano a chi è la più bella del reame». Vasco e Liga serviti. Insieme al nuovo disco, i Litfiba sfornano il documentario Cervelli in fuga - Europa Live 2011, proiettato lunedì nei cinema delle principali città italiane. E a proposito di tour, il via è per il 2 marzo da Firenze.