Tra i litiganti Ciampi e Castelli vince il diritto

Paolo Armaroli

Per quanto ne sappiamo, non solo i soliti bene informati ma addirittura voci interne, davano per imminente la decisione della Corte costituzionale sul conflitto di attribuzione, sollevato dal capo dello Stato nei confronti del ministro della Giustizia, per il veto opposto da quest’ultimo alla concessione di un provvedimento di clemenza a Ovidio Bompressi, condannato con Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani a ventidue anni di reclusione perché ritenuti responsabili dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi. Invece l’udienza pubblica è slittata al 2 maggio prossimo. Perciò il verdetto della Consulta dovrebbe intervenire nella seconda metà di maggio.
Tutto questo ha la sua brava spiegazione. Il caso è delicato sotto un duplice profilo: oggettivo e soggettivo. Oggettivo, perché a fronte di una consuetudine costituzionale che conferisce al ministro della Giustizia un sostanziale potere di veto, la più recente dottrina, non insensibile al «caso Sofri», è in prevalenza orientata a considerare il potere di grazia una prerogativa esclusiva del capo dello Stato. Con la conseguenza che la controfirma ministeriale attesterebbe unicamente la provenienza e la legittimità dell’atto presidenziale di grazia. E soggettivo, perché parte in causa è niente meno che il primo cittadino della Repubblica. Ed è arcinoto che casi del genere si contano sulle punte di una mano. Perciò la Corte costituzionale vuole andarci con i piedi di piombo al fine di “spoliticizzare” per quanto possibile il conflitto.
Ciampi è stato eletto il 13 maggio 1999 e ha giurato cinque giorni dopo davanti alle Camere riunite. Perciò scadrà il prossimo 18 maggio e resterà in carica solo perché la Costituzione stabilisce, all’ultimo comma dell’articolo 85, che se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, l’elezione del presidente della Repubblica ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle nuove Camere e nel frattempo sono prorogati i poteri del capo dello Stato. Allora facciamo un po’ di conti.
Se le elezioni politiche si terranno il 9 aprile prossimo, le Camere dovranno riunirsi entro venti giorni e il presidente della Camera sarà tenuto a convocare il Parlamento in seduta comune entro quindici giorni per l’elezione del successore di Ciampi. A conti fatti, l'inizio delle votazioni volte alla elezione del nuovo presidente della Repubblica dovrebbe cadere nella prima decade di maggio. E il gioco, per così dire, è fatto. Perché se da un lato sono prorogati i poteri del capo dello Stato, dall’altro il ministro della Giustizia Castelli si troverà in regime di prorogatio con l’intero governo, che dovrà limitarsi al disbrigo degli affari correnti. In attesa, si capisce, che il nuovo inquilino del Quirinale provveda alla nomina del nuovo governo.
A onor del vero, anche il ministro Castelli ci ha messo del suo. Aveva tempo fino allo scorso 19 dicembre per costituirsi in giudizio. Pensa e ripensa, all’ultima ora il Guardasigilli ha gettato la spugna per non dare l’impressione di una sua contrapposizione frontale nei confronti del Quirinale. La sua, beninteso, è stata una decisione autonoma perché - con buona pace dei sostenitori dell’opposta tesi - nella fattispecie il governo, come ha riconosciuto la stessa Consulta nell’ordinanza che ha ammesso il conflitto di attribuzione, c’entra come il cavolo a merenda. Ma Castelli ha tenuto a precisare che questa decisione è maturata d’intesa con il presidente del Consiglio. Ciò significa che la moral suasion esercitata non da oggi da Berlusconi nei riguardi di Castelli alla fine l’ha avuta vinta. Perciò, quale che sia la sentenza della Corte costituzionale, una cosa è certa: non ci sarà un vincitore e un vinto. A vincere sarà unicamente la certezza del diritto.
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