I «Lords of Altamont» arrivano in furgone

Cocktail di garage rock con venature punk per Jack Cavaliere e gli altri quattro bikers

Gabriele Brambilla

Arrivano a Milano i Lords of Altamont e, con loro, un nuova ondata rock degna dei migliori film di Roger Corman e Dennis Hopper. I cinque bikers della nuova scena vintage del rock arrivano, in furgone, dalla Spagna al centro di un lunghissimo tour che li porterà poi in Germania, per chiudere con Svezia e Norvegia.
Questa sera, dalle 21.30 (in apertura, i Mojomatics), fanno tappa al Transilvania Live meneghino per presentare la loro nuova fatica, Lords Have Mercy.
Sono Jack Cavaliere (voce e organo), Spencer “The Dealer” Robinson (basso), Dave James e Shawn Medina, detto “Sonic”, (chitarre) e Thom Sullivan - per gli amici, “Baron Von Ludwig” - (batteria). Arrivano da Los Angeles, città della West Coast da dove, un tempo, si fuggiva, proprio come nel celebre Easy Rider (1969) in cui Peter Fonda e Dennis Hopper, nel raggiungere in moto New Orleans, rappresentavano la scena epocale del rifiuto della società del tempo. È anche da qui che i Lords of Altamont attingono. «Dai road movie spettacolari di fine anni ’60 - rivela Jack, leader del gruppo - come anche da tutta la tradizione degli Hells Angels.
La loro musica è un sapiente cocktail di garage rock con un’attitudine decisamente punk, facendo tesoro della lezione dei predecessori: MC5 e Stooges su tutti, pionieri della scena rock più aggressiva della Detroit anni ’60 e ’70. Quando infatti chiediamo a Jack Cavaliere di spiegarci l’essenza della musica dei Lords of Altamont, ci risponde ermeticamente: «La Detroit anni ’60 dei Motor City Five!».
Ascoltare la musica dei Lords of Altamont dà la stessa sensazione del vedere un film di Roger Corman, dove tutto è così selvaggio e volutamente spensierato. D’altronde, «quando scriviamo i testi - racconta Jack Cavaliere - lo facciamo senza preoccuparci di quello che la gente può pensare di noi. Per quanto mi riguarda, io suono per me stesso, non per gli altri».
Ne consegue che dalla musica dei LoA emerge non solo la quotidianità dei cinque bikers di Los Angeles - «i testi sono molto autobiografici» - ma anche, più in profondità, le mille sfaccettature del loro pensare, e agire.
La punckettara Burried from the Knees Down, dove gli accordi variano come le marce di una moto, per accelerare e poi scalare in vista di una curva, per poi dare gas di nuovo quando di fronte si ha un lunghissimo rettilineo; il sapore retrò di Action, strutturata fondamentalmente su due accordi, con tanto di assolo di organetto degno dei migliori Procol Harum; reminiscenze degli Who nella più rockettara Project Blue e un frenetico rock and roll anni ’60 nella traccia numero 6, Velvet.
Love Have Mercy, il secondo disco della band Usa, “suona” come un invito a ripescare i tempi che furono per tutti i nostalgici di gruppi come Stoogies, MC5, Steppenwolf e, perché no, anche i più melodici e raffinati Creedence Clearwater Revival.