I lucidissimi labirinti di Giametta

C’è un uomo che ama leggere a letto, a lungo, se fosse possibile lo farebbe talvolta fino al mattino, lasciandosi scivolare nel sonno solo dopo essersi smarrito all’ultimo momento nella selva di proposizioni e dimostrazioni, di postulati e scolii dei suoi amati libri di filosofia. Ma la moglie giustamente protesta, perché oltretutto potrebbe esserne disturbata anche la bambina, che dorme nella culla accanto, e certo le schermature della luce sul comodino non risolvono il problema di fondo. Ogni sera vi sono dunque trattative e transazioni, si alternano rimostranze e promesse, ribellioni e propositi.
In Madonna con bambina, che dà il titolo alla raccolta di racconti di Sossio Giametta (BUR, pagine 300, euro 8.50) la mente dell’accanito lettore non mostra in realtà riposo neppure quando egli decide di leggere un semplice articolo del suo settimanale preferito («Va bene, leggo poco stasera»). Perché, se l’articolo è per esempio sul socialismo, che a prima vista si potrebbe leggere in quattro e quattr’otto, e dovendo in coscienza far presto, con la conseguenza magari di non aver ritenuto un passaggio e di dover quindi ricominciare da capo, ed essendo citato Proudhon, come se dovesse andare al posto di Marx, che aveva pur risposto con Miseria della filosofia alla Filosofia della miseria di Proudhon, senza contare che da lì il passo per arrivare a Hegel è breve, ebbene la possibilità di tener fede alla promessa di legger poco stasera e di spegnere la luce se ne vanno all’aria. Non che a luce spenta la mente del nostro ci risparmi il suo lavorio, peraltro sempre raffinato e suadente. I movimenti della bambina nella culla possono far scaturire, insieme alla tenerezza, insieme alla centellinata percezione del mistero dell’esistenza, un’inesauribile divagazione, su altri bambini o confronti con altri bambini e genitori al giardino pubblico, divagazione che ogni volta diventa uno dei miniracconti nel racconto, così come l’autore potrebbe farne uno, che so, sulla suzione.
Questa formidabile tecnica di Sossio Giametta, o questa maledizione, mi fa riandare con la memoria a un’altra forma d’arte, e a un episodio. Fu diversi anni fa, mi trovavo a Londra e frequentavo un nuovo amico, che viveva là con la sua famiglia. Faceva il pittore ed era allievo di Gianfranco Ferroni. Mi disse, vieni che ho ospite Ferroni. Come il maestro, anche lui dipingeva interni, un tavolo di attrezzi, un letto sfatto di cui avresti potuto percepire la ruvidezza delle pieghe del lenzuolo, la trama più minuta di un tappeto, le imperfezioni di un parquet, lo scorcio fuori della finestra di un muro dove le commessure fra i mattoni, i graffi e i segni erano più veri del muro. Io dicevo che ero incantato dall’iperrealismo, che mi rendeva felicemente entusiasta. Il mio amico, serio, disse: «È un labirinto», e il maestro annuì.
C’è da chiedersi se non sia un labirinto, un lucido labirinto mentale, questa forma narrativa di Giametta. La scrittura appare placida e serena, come nella Conversazione con l’amico luminare o in Una serata musicale, per citare altri due prensili e tentacolari racconti della raccolta, ma l’ossessione dilatatoria, onnicomprensiva, che vi è sottesa, finisce per affiorare, lasciando il lettore avvinghiato, agghiacciato di fronte al quadro esaustivo. Chissà quali e proficui percorsi esistenziali possono aver condotto l’illustre Sossio Giametta, collaboratore di Colli e Montinari, studioso e traduttore di Nietzsche, di Spinosa, di Hegel e Schopenhauer, ad approdare ora, a settantasei anni, alla sua prima opera narrativa.