I luoghi più belli? Non esistono

E anche il «Dizionario» stilato da Anna Ferrari ha il fascino di un tesoro quasi introvabile...

Utopia non è che un nome tra seimila. E chi inclini a pronunciarlo scuotendo la testa e scrollando le spalle per scuoter via e far crollare la Fata Morgana degli idealisti, ideale da sognatori, sogno irrealizzabile d’un approdo al luogo che non c’è (e luogo nemmeno è: lo dice la parola), avrà tutto il tempo di rivedere il proprio scetticismo. Con un po’ di pazienza si ricrederà lungo il percorso che, snodato in 5.999 tappe suppergiù, su e giù tra i picchi nell’Aldilà - del cielo, dell’arcobaleno e delle colonne d’Ercole, dei confini del mondo o della realtà - e le picchiate verso il fondo - degli incubi, degli abissi e degli inferni, dei desideri inconfessabili e segreti -, lo porterà alla fine (dell’alfabeto) all’utopico indirizzo registrato per bene sotto la lettera «U».
Entrandoci - sempre che non si sia perso per strada, fuorviato dai toponimi mirabolanti messi là per definizione e con intenzione per ingannare il viaggiatore con la testa sulle spalle -, lo scoprirà non già «luogo comune», bensì domicilio condiviso. Da almeno tre inquilini eccellenti e seducenti. Assieme al padrone di casa, Thomas More, che con le chiavi d’ingresso detiene diritto di proprietà e copyright, ci abitano infatti il poeta Ezra Pound, il narratore fantastico Aldous Huxley e i due supereroi della crapula e del divertimento, Gargantua e Pantagruel che, nativi di Utopia a memoria di Rabelais, nella leggendaria terra fuor dello spazio videro il principio dei loro giorni e delle loro avventure.
Utopia non è che l’inizio, altro che meta impossibile. E i confini segnati con scrupolosa esattezza etimologica sulla targa del «non-luogo» abbattono con un gesto più negatore di quello di qualsiasi scettico tutte le barriere immaginabili. Per spalancare all’estro degli avventurieri, alla smania degli esploratori, alle perlustrazioni di cacciatori innamorati, i territori sconfinati dell’immaginazione.
La sua mappa è registrata nel Dizionario dei luoghi letterari e immaginari: diario di viaggio e d’appassionata ricerca che Anna Ferrari ha compilato come un atlante fantastico nelle 665 pagine d’un raro volume da trovare come la posta di una caccia al tesoro. Due piste per scovarlo: il numero verde delle agenzie Utet che lo procurano (800.224.664) e il recapito web dove prenderlo nella rete (http://cultura.utet.it). Il premio messo in palio per chi conquista (o acquista, a un costo misteriosamente celato dietro un sip, «senza informazioni di prezzo»: che lo si vinca per davvero?) il magico librone sarà una via maestra e magistrale d’accesso alla caverna del tesoro. Prima d’ora era riservata ad Alì Babà (con scorno di quaranta ladroni) e al piccolo Aladino: muniti l’uno della formula giusta - «Apriti Sesamo!» - l’altro della lampada magica - custodia di un genio - per la cortese attenzione dell’autore di Le Mille e Una Notte.
Ma ori, gioielli e gemme son seppelliti nel Ventre di Parigi come nel ventre della terra. Almeno sulla carta. Firmata Emile Zola e intitolata Alla felicità delle signore: l’eponimo grande magazzino del romanzo dove les dames à la page realizzano tutti quanti i desideri. E l’insegna di Utopia, affissa - coi debiti ritocchi - sulla porta girevole di un favoloso supermercato, può accendere negli sguardi delle parigine la stessa luce che brillò negli occhi dei naufraghi sull’Isola dei Beati, dei pellegrini nella Terra di Cuccagna e dei turisti del Paese dei Balocchi. Anche degli ospiti dell’Albergo della Luna o del Giardino delle Delizie. Dei profughi rifugiati a Bengodi a Fantasia o Falansterio. Dei vagabondi approdati a Lilliput, Walhalla, Wonderland.
Prevedibili meraviglie? Calcolati effetti sorpresa? Ma no. E chi metteva in conto la brutta sorpresa di precipitare d’un balzo - come Alice nella tana del Bianconiglio, girando la pagina come lo specchio di Lewis Carroll - dalla Colonia Felice di Carlo Dossi alla Colonia Penale di Franz Kafka? E il malioso bagliore di certe insegne invitanti malcela la minaccia di far prendere un abbaglio. All’Osteria del Gambero Rosso Pinocchio non mangiò che «uno spicchio di noce e un cantuccio di pane», ma dovette pagare il conto di trentacinque triglie in salsa per il Gatto e d’una lepre dolce con contorno di pollastre per la Volpe. Alla Locanda della Giarrettiera William Shakespeare cacciò quel bel guardone del suo Falstaff dentro il cesto della biancheria per scaraventarlo subito nel fiume. Dell’Hotel de la Clef come minimo va persa la chiave. E meglio sarebbe non trovarla mai, per tenersi fuori dalla Bettola Pepaiuola o dalla Cantina delle Streghe. Molto meglio si è accolti all’Osteria della Pergola inaugurata con un verso di Giovanni Pascoli: ancora oggi gli italianisti la cercano disperatamente nei dintorni di Massa, senza sapere che si trova a Milano, scavata nel fianco della chiesa di san Nazaro e citata ne L’uovo alla kok da un Aldo Buzzi del tutto immemore di pascoliane Myricae.
Intanto però, anche a costo di scavare dentro i muri delle chiese, i contorni di Utopia si fan sempre più solidi, palpabili e concreti. E, ai confini della realtà, la collezione di cartografie dell’invisibile, si allarga a comprendere, con la mitica Atlantide, la classica Atene: sognata in una notte di mezza estate dallo Shakespeare che fantasticò di Oberon e Titania esattamente come dal Platone che aveva fantasticato nella sua Repubblica d’uno Stato Ideale. Comprende l’Otranto dove Walpole eresse il suo Castello e la Roma dove il romantico An-Ski intessé la sua foresta di simboli. La Manassola che, lungo la strada per le Cinque Terre, incrocia Bonassola e Manarola nella fiaba ligure di Remigio Zena. E la Bibera che, sulla pagina di Andrea Camilleri, trasforma la sicula Ribera per ospitarvi il commissario Montalbano. È proprio vero che «Rien n’est beau que ce qui n’est pas», come ripete Rousseau nel motto stampato sul frontespizio dell’immaginifico volume. «Niente è più bello di quel che non c’è».
E anche quel che c’è, per amor dell’assenza, nostalgia del lontano, pathos della distanza andrebbe cercato e descritto come se non ci fosse.