I lustrini della giustizia

Vallettopoli prosegue il suo percorso giudiziario, in un susseguirsi di incriminazioni e di arresti (in carcere o domiciliari). Non vorrei parlare di arresti «eccellenti» perché l’eccellenza latita del tutto nel campionario umano degli indagati. Più presente e frequente è, in quel circolo, la meschinità volgare e se occorre torbida d’un mondo che sta ai margini dello spettacolo, e che intreccia piuttosto disinvoltamente la recita al letto.
Nulla, neppure i coinvolgimenti principeschi, riscatta queste storiacce dalla loro bassezza. Sul piano morale, e anche sul piano d’una estetica del peccato, la maggior parte degli immischiati merita la più ferma condanna. Ma sappiamo dalle cronache che l’«affaire» dei favori sessuali s’è stabilmente accasato nelle aule giudiziarie. E allora credo sia consentito anche a chi ha istintiva ripugnanza per certi ambienti e certi figuri di esprimere qualche perplessità.
Senza voler in alcun modo ironizzare su Potenza, nobile capoluogo del Meridione, credo si possa tranquillamente affermare che non è laggiù la pietra di paragone del costume italiano, non è laggiù il più vivace andirivieni di mondanità dissoluta. Capisco che l’appiglio d’una intercettazione telefonica può portare lontano, ma continuo a rimuginare il sospetto che il pm Henry John Woodcock possa avere assaporato, e gustato, il frutto suadente della notorietà mediatica. Se così fosse non gliene farei una gran colpa, tanti altri - magistrati o avvocati o anche giornalisti - ne sono stati intossicati. Ma una legge che sembra adeguarsi alle esigenze del gossip, rivestendolo di solennità curialesca, ricorda - mi scusi il dottor Woodcock - più un serial televisivo che una faccenda seria.
Può anche far piacere a tanta gente - me compreso magari - che taluni frequentatori di angiporti dell’informazione e della diffamazione abbiano dei guai. Questo non deve tuttavia indurre a dimenticare che siamo in presenza di fatterelli pruriginosi, e che stanno altrove i grandi problemi della giustizia e della criminalità italiana. A questo punto anche le «misure cautelari» adottate nei confronti d’alcuni indagati finiscono per sembrare eccessive: soprattutto se raffrontate alle frequenti e indecenti scarcerazioni di ceffi che non arruolavano pornostar, ma spietati pistoleri.
Non è, per carità, che si abbia voglia di dare una mano ai manutengoli di vallettopoli. È che la giustizia italiana dà troppo spesso un’impressione di casualità. Potenza è attivissima contro il commercio dei favori femminili tra i vip o quasi vip, Napoli si dedica con slancio a calciopoli, Milano rimane pressoché egemone nel trattare i residui di Tangentopoli e le emergenti storie di Finanzopoli, con furbetti e furboni. Specializzazione. I casi hanno un botto clamoroso, con la rituale carcerazione d’alcuni protagonisti che accusano immediatamente condizioni di salute gravissime.
Trascorso il tempo concesso dalla legge i carcerati tornano liberi (ma era proprio indispensabile quella parentesi spettacolare), il processo s’insabbia, emerge e si risommerge durante anni come i fiumi carsici, quando arriva la sentenza definitiva i superstiti, colpevoli o innocenti, sono stati dimenticati. È questo il percorso che una legge degna di questo nome deve seguire? Ho molti dubbi in proposito e, al di là degli effimeri entusiasmi forcaioli per la punizione inflitta a qualche antipatico, li hanno anche tanti italiani. Ma ai magistrati piacciono le cause celebri, con tanti imputati e inquisiti (il che significa tempi lunghissimi). Il numero è Potenza.