I maestri che dipinsero in nerazzurro

Chissà se Marc Chagall, nel suo peregrinare tra Mosca e Parigi in preda ad allucinazioni pittoriche, avrebbe mai immaginato che in fondo al suo animo lacerato batteva inconsapevolmente un cuore interista. E chissà mai se il bulgaro Christo, mentre impacchettava il Reichstag di Berlino e il Central Park di New York, rivelerà mai di aver pensato anche solo per un attimo allo stadio Meazza. Non lo sapremo mai. Perché se è vero che al cuor non si comanda, le «arti della critica» - per usare un’espressione di Achille Bonito Oliva - sono infinite. E allora ci sta tutto, pure che un gruppo di grandi artisti, vivi o defunti, si ritrovino virtualmente a festeggiare scudetto e centenario della «Beneamata» e, già che ci siamo, a far gli auguri a Mourinho. L’idea di una galleria milanese di intitolare una mostra «Il nerazzurro è arte» (dal 16 ottobre allo spazio Bellinzona di via Volta), sfaterebbe del resto il pregiudizio un po’ snob che vorrebbe inconciliabili passioni «nobili» e «plebee», come quella per la creazione estetica e quella dell’estetica del goal. Già il poeta cantante brasiliano Chico Buarque, nel celebre brano «O futebol», paragonava del resto il Maracanà a una pinacoteca. E allora sotto a chi tocca: Tapies, Rouault, Miró, Calder, Rainer e Cragg, tutti in curva nord, pardon in galleria. Informali o espressionisti o surrealisti, ogni categoria salta, perché per far parte della collettiva basta un solo requisito, aver realizzato almeno una volta nella vita un’opera in cui prevalgono due colori, indovinate quali. Poco importa se l’azzurro è un blu di Prussia o d’oltremare e se il nero era un olio o un acrilico. Altro che «Periodo rosa». L’importante è il risultato, che ovviamente non può essere un pareggio: quello di fondere - come spiegano i due promotori - l’amore per il football a quello per l’arte del Novecento. E a bordo dell’arte si viaggia gratis - scriveva ABO - bagarini non ce ne stanno.