I maestri e Margherita Ecco il salotto culturale dell’Italia dei Savoia

Sembrerà provocatorio e certamente è paradossale dire che ciò che resta dell’antica memoria collettiva della regina Margherita di Savoia, moglie di Umberto e madre di Vittorio Emanuele III, è una specialità gastronomica: la pizza tricolore che il cuoco napoletano Raffaele Esposito nel 1889, in occasione di una visita dei reali a Napoli, volle battezzare con il nome della regina.
Ora però siamo in presenza di un fatto nuovo: il restauro della Villa Regina Margherita di Bordighera (l’inaugurazione è avvenuta il 19 giugno) dove la sovrana si era ritirata nell’ultima parte della vita e dove morì. Vi risiedeva fra maggio a dicembre, mentre a Roma viveva nel bel palazzo di via Veneto progettato da Gaetano Koch.
Ed è nella Villa Margherita di Bordighera che la memoria della regina riemerge sia grazie al luogo che porta il suo nome, sia per la mostra a lei dedicata e che sarà visibile fino a settembre. Con la memoria di Margherita e del suo tempo emerge la realizzazione del progetto di una donna che fu la più grande promotrice culturale d’Italia, capace di esercitare uno straordinario magnetismo su tutti i cittadini, popolani o aristocratici, ma più che altro intellettuali e artisti.
Margherita da bambina parlava il tedesco, essendo sua madre una principessa sassone, e poi ovviamente il francese, la lingua di casa Savoia. Il suo primo insegnante di italiano lo ebbe a 14 anni, ma imparò perfettamente, e se la cavava anche in inglese. Ciò contribuì a spingerla verso l’idea di una cultura estesa, senza frontiere. Un’idea che oggi rivive come progetto nella rinnovata Villa Margherita di Bordighera, pensata non soltanto come luogo di memoria storica sull’Italia umbertina fino al fascismo, ma anche come polo culturale. E se la mostra su Margherita e il suo tempo è lì, allestita e godibile, la vita del polo culturale è invece ancora in fieri. Ma le potenzialità sono enormi.
Siamo andati a visitare questo edificio sulla collina in una posizione di straziante bellezza - un paesaggio di quelli che hanno incantato Claude Monet che ne trasse 28 tele - guidati da Annalisa Scarpa, storica dell’arte e direttrice artistica di questa impresa per la Fondazione Terruzzi. Aiutata da un formidabile staff - l’architetto Michelangelo Lupo come allestitore, insieme a Louis Godart, che ha curato il trasferimento del cospicuo prestito del Quirinale per la mostra «Margherita, Regina d’arte e cultura» - Annalisa Scarpa ha curato la rinascita della magione.
Torinese del ramo Savoia-Genova, presto orfana di padre e allevata da una madre invaghita di un borghese italiano, Margherita crebbe silenziosa, rispettosa, curiosa e limpidamente reazionaria. Sicché poi approvò insieme al marito la sanguinosa repressione del generale Bava Beccaris, il quale nel 1898 schiacciò con l’artiglieria una sommossa popolare a Milano. Re Umberto in quell’occasione firmò la sua condanna, decorando Bava Beccaris: fu proprio quel gesto a convincere l’anarchico Gaetano Bresci, che viveva a Peterson, nel New Jersey, a procurarsi una Hamilton&Booth a quattro colpi, con cui attraversò l’oceano per esplodere tre revolverate mortali contro il monarca davanti alla canottieri «Liberi e Forti» di Monza, dove la coppia regale era in visita. Umberto era già sfuggito agli attentati di Giovanni Passannante e di Pietro Acciarito e aveva disposto un vitalizio per la vecchia madre del primo attentatore, arricchendo i suoi meriti di «re buono».
Il destino di Margherita in quella tragica circostanza fu identico a quello toccato a Jacqueline Kennedy a Dallas il 22 novembre del 1963, quando assistette alla morte del marito, il presidente John Fitzgerald Kennedy, ucciso dalla fucilata sparatagli da Lee Harvey Oswald. Jacqueline superò la traumatica vedovanza risposandosi con il petroliere miliardario Aristotele Onassis, mentre Margherita riprogrammò la propria vita dedicandosi agli intellettuali e alla cultura. Con Jackie, Margherita aveva un altro punto in comune: i loro mariti uccisi erano dei traditori adulteri. Se Jackie aveva un conto aperto con il marito, legato a Marilyn Monroe, la sovrana era ai ferri corti con il re per la sua relazione con la duchessa Eugenia Litta Bolognini, amante in pianta stabile, oltre tutto impostale come prima dama di compagnia.
Margherita fu sconvolta dalla violenza che la rese vedova, declassandola peraltro dal ruolo di regina consorte a quello di regina madre. Ma senza esagerare. Umberto era suo cugino e lei lo sposò a 17 anni per amore dopo aver rifiutato Carlo di Romania. Ma già durante il viaggio di nozze aveva dovuto prendere atto di far parte di un ménage à trois con il marito e la duchessa, trovandosi così a dover decidere se fare buon viso a cattivo gioco o separarsi e perdere la posizione di regina. Fra prendere e lasciare, Margherita prese, accettò, ingoiando con stile i rospi della situazione. Ma reagì dando sfogo alla propria natura aprendo la reggia ai begli intelletti senza discriminazioni sociali o politiche. Umberto osservava senza partecipare e in fondo era soddisfatto: non sapeva che farsene di poeti e pittori, ma apprezzava questa moglie che faceva un’irresistibile pubblicità a una casa reale ancora contestata.
Iniziò così una straordinaria opera di seduzione nei confronti dell’Italia: Margherita si divideva fra intellettuali e gente comune, mietendo infatuazioni crescenti e originando un vero culto della personalità. Casa Savoia, che per storia e codice genetico si fidava soltanto del cannone e della truppa, aveva di colpo trovato un modernissimo press agent, un genio delle pubbliche relazioni. Fra i grandi nomi del suo salotto spiccano Theodor Mommsen e Ferdinand Gregorovius, Antonio Fogazzaro, Giovanni Pascoli e Gabriele d’Annunzio. Tutti sedotti intellettualmente da lei, che a sua volta aveva un debole per i dettagli preziosi, i gioielli, i vestiti, i mobili, i quadri (impose a Balla di farle una copia del suo Affetti, oggi visibile nella Villa), le porcellane, i vetri di Murano, i merletti di Burano, le argenterie. Fra le grandi iniziative culturali legate al suo nome c’è anche la Biennale di Venezia, creata per celebrare le sue nozze d’argento.
Amava l’ordine costituito e si schierò fin dall’inizio, anche se con discrezione, con Mussolini, al quale poi prestò la Villa di Bordighera per un incontro molto delicato (e fallito) con il caudillo Francisco Franco il 12 febbraio 1941. Franco non volle saperne di entrare in guerra a fianco di Italia e Germania. Se l’ordine era per lei una necessità, il piacere lo riservava ai suoi salotti, al rapporto con artisti e intellettuali, diventando l’unico leader culturale che l’Italia abbia avuto. Dopo la seconda guerra mondiale sul suo nome e la sua storia cadde la mannaia dell’oblio, quando la Repubblica uscita dal referendum del 2 giugno 1946 si dedicò alla distruzione sistematica di ogni memoria monarchica.
Ma anche se la sua memoria fu gradualmente rimossa nel resto dell’Italia, non fu mai dimenticata a Bordighera: ed è naturale che dalla «città delle palme» essa risorga con il restauro della sua villa che è sia un grande esempio di recupero di un’epoca, sia il progetto di un ponte sul futuro culturale, ammesso che la politica sappia capirlo. Il vecchio edificio (scantinati compresi) è stato radicalmente ristrutturato, dotato di un laboratorio di restauro e di una biblioteca d’arte, decorato e arredato con oggetti, mobili, quadri per lo più provenienti dalla Fondazione Terruzzi, cui si aggiunge il prezioso contributo del Quirinale che fu per oltre sette decenni la reggia Savoia. L’idea del progetto è di Guido Angelo Terruzzi, il magnate e collezionista lombardo che morì nell’ottobre 2009 senza poter vedere il suo sogno realizzato. È stato lui - insieme alla Provincia di Imperia e al Comune di Bordighera - a credere in un «polo museale» che fosse anche sede di arti visive, musica, pittura, letteratura, attraverso eventi, convegni, mostre itineranti, proiezioni cinematografiche e nuove arti tecnologiche. L’idea, un’idea «margheritiana», è che un museo che abbia come contenuto solo se stesso non ha futuro.