I maestri liguri si mettono in mostra

«L’ arte è un sogno di disperata dolcezza». Con queste parole di Carlo Carrà si apre la cinquantunesima mostra «Maestri Liguri fra Ottocento e Novecento». Dove? Alla Galleria Arte Casa (Via Pammatone 7/9r), ovviamente. Punto di riferimento indiscusso per gli appassionati d'arte ligure dell'800 e del primo '900.
La galleria si è da sempre distinta per l'impegno volto allo studio degli artisti liguri e di quanti hanno scelto la nostra regione come meta o dimora, tra il 1830 e gli anni quaranta del '900. Con mostre personali, esposizioni collettive e pubblicazioni, Arte Casa ha contribuito all'approfondimento critico di un intenso periodo artistico, non ancora dovutamente indagato.
L'arte ligure non è, infatti, soltanto una "questione ligure". Le opere d'artisti come Maragliano, Peluzzi, Saccorotti, Cominetti e Merello hanno valicato i confini regionali, conquistando l'attenzione d'importanti collezioni pubbliche e private.
L'esposizione è un excursus nelle tematiche più care dell'arte di questo periodo.
L'aspra e indomita natura ligure è il campo d'indagine prediletto di Discovolo, Maggi, Merello, Saccorotti, Salietti e Sacheri. In ogni opera si respirano gli umori di una Liguria amata e conosciuta in ogni respiro, all'ombra di un ulivo o nell'aria carica di salsedine della riviera. La vicinanza d'opere che declinano il confronto con la natura in modo diverso, permette di seguire lo sviluppo delle istanze più moderne nella cultura ligure.
Stupisce confrontare un'opera di Sacheri del 1890, ove ancora il disegno - sempre essenziale - guida un affresco di barche intraviste all'alba, con due opere dello stesso, dipinte fra il 1915 e il 1930. In pochi anni Sacheri si abbandona alla seduzione di un olio caldo e materico, steso con immediatezza a «scolpire» una natura fiera, che trascende la realtà fenomenica per elevarsi ad archetipo.
Splendido, poi, il confronto sul tema del ritratto. «Gigolette» di Cominetti, risale agli anni dieci, quando l'artista si avvicina al Futurismo ma serba ancora l'incanto per il divisionismo, che detta incalzanti incursioni materiche. Un'opera distante solo una ventina d'anni dall'atmosfera rarefatta della «Figura femminile nello studio» d'Alberto Helios Gagliardo, ove i volumi solidi e definiti della composizione manifestano la necessità di un ritorno alla forma e all'«ordine», che nel frattempo è maturato. Infine, fragile e altera, «Mia sorella» di Armando Cuniolo. Un ritratto degli anni trenta calato in uno spazio imperituro, lontano dalla contingenza, ove la precisione del segno è recupero di un'essenzialità non solo formale ma emozionale.