I maggiori bevitori di... Coca-Cola

Arriva oggi il piano di salvataggio

I ristoranti e i bar sono pieni, si esce fino a tardi la sera e i boccali di birra si svuotano con velocità. Ma ci si diverte poco in questi giorni nell’isola dei ghiacci, la più ricca del mondo. È difficile godersi la cena, il drink o il rombo del motore di una Bmw fresca di rivenditore mentre le banche nazionali si sciolgono. «L’Islanda è sull’orlo del baratro», sentenzia, senza discostarsi molto dalla realtà, il britannico Guardian. La crisi finanziaria di Wall Street è arrivata nel profondo Nord, a Reykjavik, o meglio, ha dato a Reykjavik il colpo di grazia.
Da giorni, esecutivo islandese e vertici della Sedlabanki, la Banca centrale, sono riuniti per lavorare a un piano di salvataggio degli istituti di credito dell’isola nordica. Il pacchetto, una specie di piano Paulson alla scandinava da 10 miliardi di dollari, dovrebbe essere annunciato oggi, mentre la stampa locale parla già della necessità di creare un esecutivo di unità nazionale capace di far fronte alla grave emergenza.
All’inizio della settimana, il governo ha rilevato per 600mila euro il 75 per cento del capitale di Glitnir, uno dei più grandi istituti di credito del Paese e si parla ora del collasso della banca Kaupthing, tra le maggiori dell’Europa del Nord. Ma non sono soltanto gli istituti di credito a rischiare l’implosione, in Islanda, è il Paese intero: l’inflazione e i tassi d’interesse crescono, la krona, valuta nazionale, è in caduta libera: ha perso 27 punti sul dollaro e nella classifica delle monete si trova appena sopra quelle di Zimbabwe e Turkmenistan, non certo un modello di stabilità e forza. Dopo la nazionalizzazione di Glitnir, un’altra banca nelle scorse ore ha chiesto liquidi ai propri clienti, gli istituti internazionali non mandano più danaro e la valuta estera sta per esaurirsi nelle casse.
La «Main Street» dell’isola di appena 103mila chilometri quadrati e 320mila abitanti non nasconde choc e panico: venerdì davanti alle banche si sono formate code, la popolazione ha preso d’assalto gli alimentari per fare rifornimento di olio e pasta, dopo che il portavoce di un supermercato della capitale ha fatto sapere di non avere più valuta estera per pagare in anticipo le importazioni.
Soltanto nel 2007, le Nazioni Unite avevano messo l’Islanda al primo posto della lista dei luoghi migliori in cui vivere al mondo. Eppure, d’Islanda non si parla mai o si parla molto poco: è famosa per i vichinghi, le saghe nordiche, i ghiacci, l’incantevole voce di Björk, i geyser, le lunghe notti artiche, l’alta qualità della vita, i prezzi proibitivi per andarci in vacanza. È ricca perché negli anni Novanta, dopo le riforme verso il libero mercato, ha saputo sfruttare le rendite di un mare pescoso, la forza dei suoi fondi pensione. Ma è partita da poco: l’isola è priva di importanti materie prime e la sua economia tradizionale si basava soltanto sulla pesca. In pochi anni, però, la ricchezza di una famiglia media islandese è salita del 45 per cento. Da un decennio, i suoi imprenditori hanno fatto il percorso inverso a quello dei loro antenati vichinghi e sono partiti alla conquista dei mercati scandinavi, arrivando oltre, fino alle coste dell’isola britannica.
La connection inglese fa fremere oggi Londra. I vichinghi della finanza islandese hanno infatti investito nel 2004 un miliardo e 200 milioni di euro in azioni di compagnie inglesi. Nonostante i toni difensivi presi dai suoi vertici nelle scorse ore, c’è chi crede che la banca Kaupthing abbia quasi quattro miliardi di euro di debiti in accordi finanziari in Gran Bretagna. E secondo i mass media inglesi, che coprono da giorni il caso islandese con insistenza, i tre maggiori istituti di credito avrebbero un passivo pari a otto volte il pil nazionale. Tra i 150mila clienti britannici di Kaupthing ci sono anche grandi nomi, come il magnate inglese Robert Tchenguiz.
Certo, la crisi finanziaria americana irrompe nel profondo Nord europeo, ma è la cronaca di un disastro annunciato quella cui si assiste sull’isola. Le banche islandesi, vendute agli investitori negli anni Novanta, hanno iniziato a concedere mutui nel 2004 contribuendo al boom dell’immobiliare. La stretta internazionale del credito, dopo la caduta dei mutui subprime in America, ha portato l’Islanda, Paese con uno dei redditi pro capite più alti al mondo, all’attuale crisi di liquidità. Ma già a maggio, quando i grandi istituti di credito avevano utilizzato debito per effettuare acquisti per 7 miliardi di euro, l’Islanda era tornata, come raramente succede, a fornire titoli alla stampa internazionale (oggi per il Financial Times, l’Islanda diventa una «novella morale finanziaria per tutti noi»). E i vecchi nemici di un tempo, Norvegia e Danimarca, da cui l’isola si è resa indipendente nel vicino 1944, affiancati dalla Svezia, erano già corsi in aiuto dell’orgoglioso vicino nordico, in nome di una solidarietà scandinava: le loro banche centrali avevano allora aperto una linea di credito di 1,5 miliardi di euro per tamponare la crisi.