Per i magistrati il merito non vale

In un articolo su Libero Giuseppe Di Federico, per anni membro del Consiglio Superiore della Magistratura, muove una precisa accusa di violazione della Costituzione alla riforma dell’ordinamento giudiziario appena approvata dal Senato col voto determinante dei senatori a vita.
L’osservazione di Di Federico è semplicissima. L’articolo 105 della Costituzione affida al Csm di provvedere alle promozioni dei magistrati, vagliandone le qualificazioni professionali, stabilendo quattro scalini: dopo due anni di reclutamento la promozione a magistrato di tribunale, dopo altri undici a magistrato di appello, dopo altri sette a magistrato di cassazione e dopo altri otto anni per la promozione a magistrato di cassazione con funzioni direttive.
Coronando una lunga battaglia del sindacato dei magistrati, sempre contrario a qualsiasi forma di valutazione, la riforma o, meglio, la controriforma che reca la firma del ministro Mastella abolisce addirittura tre dei quattro scalini previsti dall’articolo 105 (resta in vigore solo il primo) impedendo di fatto qualsiasi valutazione da parte del Csm dei meriti professionali necessari alla promozione. È una modifica alla Costituzione - scrive Di Federico - fatta con legge ordinaria. L’incostituzionalità è dunque palese. Se la Camera, che entro il mese dovrebbe approvare definitivamente la riforma, non provvederà a riparare, l’intervento del Capo dello Stato sembra obbligatorio.
Di Federico riconosce che nei quaranta anni e più del Csm vere valutazioni non sono state mai fatte. Tutti magistrati eccellenti, tutti infaticabili lavoratori, tutti meritevoli degli scatti di carriera e dello stipendio. E cita il caso di un pm che si era dimenticato in carcere per 15 mesi un extracomunitario, anch’esso graziato e promosso col mirabile argomento che l’aveva fatto una volta sola.
L’esempio che fa Di Federico è niente rispetto a quello che si può leggere nel libro di Mauro Mellini La fabbrica degli errori. L’esame impietoso degli errori che si ripetono, le violazioni, le negligenze che caratterizzano l’andamento della giustizia italiana dovrebbero rendere cento volte più rigorose le valutazioni professionali. Invece niente; quel poco che c’era si cancella. Nella magistratura italiana conta solo l’anzianità. Il più somaro, il più sfaccendato dei magistrati finisce automaticamente la carriera con la qualifica, lo stipendio e poi la pensione di magistrato di cassazione.
Unendo all’automatismo delle carriere la liquidazione pressoché totale di ogni forma di gerarchizzazione degli uffici, abbiamo il risultato di una magistratura, unica in Europa, governata dal basso dov’è la categoria più numerosa, quella dei pm, anziché dall’alto, come avviene in qualsiasi istituzione bene ordinata. Non è dunque il caso di meravigliarsi se la giustizia è all’ultimo posto nella considerazione degli italiani. Il guaio è che i guasti che procura la cattiva giustizia sono quasi sempre irreparabili. La condanna di Bruno Contrada, ormai rinchiuso nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dopo 25 anni di processi, ne è un esempio.
*Parlamentare e membro della Segreteria politica di Forza Italia