Ma per i magistrati il merito non vale

Superato lo scoglio del Senato, il decreto legge sulla riforma dell’ordinamento giudiziario elaborato dal ministro Clemente Mastella prosegue la marcia verso l’approvazione, che secondo il governo dovrebbe avvenire entro agosto. Ma sarà comunque un percorso ad ostacoli, data l’opposizione dei magistrati e dello stesso ministro Di Pietro, ma anche - per ragioni opposte - degli avvocati e del centrodestra.
Il decreto rappresenta un primo timido tentativo di separare le funzioni (annoso tema al centro di furibonde polemiche), ma è forse un’altra la questione che qui conviene richiamare: ed è quella della progressione delle carriere. Si tratta di un tema cruciale, dato che solo incentivando i servitori dello Stato ad operare meglio si può iniziare a guarire l’inefficienza del sistema giudiziario.
Nella sua riforma, il precedente esecutivo aveva cercato di introdurre qualche elemento più o meno neutrale di valutazione. Tutto ciò sarebbe servito a far avanzare chi ha lavorato di più e in modo coscienzioso. Ma il ddl Mastella cancella tutto, con il risultato che per la progressione delle carriere rimane unicamente il controllo, ogni quattro anni, operato da parte del Csm. Con i rischi di inquinamento ideologico che tale meccanismo comporta.
La questione appare davvero di ardua soluzione: anche per le sue implicazioni costituzionali. Come ha bene evidenziato Emanuele Castrucci in alcuni scritti, quando il nostro testo costituzionale afferma che «la sovranità appartiene al popolo» (art. 1) e, al tempo stesso, che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» (art. 104), esso enuncia due principi destinati ad entrare in conflitto tra loro. Quando poi all’art. 101 si afferma che «la giustizia è amministrata in nome del popolo» bisogna domandarsi quali conseguenze vanno fatte derivare da tutto ciò.
Nel quadro dello stesso disegno costituzionale, allora, l’indipendenza non può essere assoluta: tale da deresponsabilizzare i magistrati e permettere loro di sottrarsi ad ogni verifica sull’operato. Ma certo non è facile immaginare criteri neutrali e oggettivi che aiutino a costruire un sistema di incentivi e disincentivi.
In verità, nel passato i tribunali seguivano logiche più liberali, e questo comportava una semplificazione delle cose. Nella Ricchezza delle nazioni, del 1776, Adam Smith ricorda come l’antico sistema britannico si basasse su tribunali largamente autonomi, i quali traevano di che vivere dal pagamento delle spese processuali. In tal modo ciascuna corte «cercava di dare a ogni specie di ingiustizia il più spedito ed efficace rimedio che gli fosse consentito dalla legge», e faceva il possibile per acquisire una buona fama e attirare clienti.
Oggi tutto è mutato. Resta comunque viva la necessità di aprire maggiormente alle soluzioni dette «alternative» per la risoluzione delle controversie (dalla mediazione all’arbitrato), facendo entrare un po’ d’aria fresca nel chiuso di palazzi troppo spesso incapaci di servire al meglio le esigenze della società contemporanea.