I magistrati rilanciano: ora votate l’amnistia

Anna Maria Greco

da Roma

Quarantamila processi che finiranno nel nulla per l’indulto solo nel circondario di Torino. Centinaia di migliaia in tutt’Italia. Una «situazione drammatica», per il Csm. Che approva all’unanimità una delibera sugli effetti allarmanti dello sconto di pena approvato a luglio dal Parlamento: tra l’80 e il 90 per cento dei processi per reati commessi fino al 2 maggio 2006 «si concluderà in caso di condanna con l’applicazione di una pena interamente condonata». Solo un numero «esiguo», il 3-9 per cento, riguarda infatti reati non coperti dall'indulto. Insomma, i tribunali saranno costretti per anni a lavorare praticamente a vuoto. Una vera «emergenza», dicono al Csm, per una giustizia penale già «malata».
Come si poteva evitare tutto questo? Il Csm risponde ricordando che i 17 indulti concessi in 50 anni di Repubblica sono sempre stati accompagnati da un’amnistia. «Solo in occasione del recente indulto non c’è stata una parallela previsione di un’amnistia», accusa l’organo di autogoverno delle toghe. E le audizioni a palazzo de’ Marescialli dei procuratori generali e dei presidenti delle corti d'appello di Roma, Milano, Torino, Napoli, Palermo ne hanno tracciato le catastrofiche conseguenze.
Questo non vuol dire, precisa cautamente il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che si voglia «invocare» l’amnistia, visto che non è nelle competenze del Consiglio. Ma quella «significativa sottolineatura» sui provvedimenti del passato non era casuale. «A buon intenditor...», dice Mancino.
Le grida preoccupate dei magistrati di tutt’Italia sugli «effetti collaterali» del provvedimento, avevano spinto il ministro della Giustizia Clemente Mastella a cercare di aggirare l’ostacolo con una «corsia preferenziale» per i processi extra-indulto, scavalcando gli altri che sarebbero finiti nel nulla di fatto. E il Guardasigilli aveva chiesto a settembre un parere al Csm sulla possibilità di indicare «criteri di priorità per la trattazione dei processi», dando la precedenza a quelli non toccati dall'indulto, per evitare alla macchina giudiziaria di girare a vuoto.
Ma questa possibilità, secondo il Csm, non c'è. Non rientra nei poteri di Palazzo de’ Marescialli. Potrebbe rimediare solo il Parlamento, con «un appropriato intervento legislativo».
Intanto, l’indulto senza un’amnistia che eviti di portare avanti processi inutili terrà impegnati i tribunali italiani già normalmente affaticati. «Quando la giustizia penale è lenta, la trattazione di tutti i processi per reati interamente condonati - avverte il Csm - finisce di fatto per allontanare la definizione di quelli nei quali la pena inflitta è destinata a essere effettivamente scontata, con grave danno per la collettività».
Una condanna pesante e articolata. Che indica implicitamente l’unica via d’uscita: l’amnistia. E nella conferenza stampa Mancino polemizza con chi ha varato il provvedimento e ora lo disconosce: «L'80 per cento di chi ha votato l'indulto ha meno titolo per parlare del 20 per cento che l’ha combattuto». E con chi non ha valutato le conseguenze dell’assenza di amnistia: «Il Parlamento non è privo di grandi giuristi. Come mai non sono state valutate fino all'ultimo le implicazioni di un percorso che va su un solo binario?». Quanto al ministro della Giustizia, che ha detto di non voler essere lui a proporre l’amnistia, il vicepresidente del Csm commenta: «Io non do consigli, ma se si tiene lontano, non allontana comunque da sé i problemi relativi all'organizzazione giudiziaria».
Anche l’Anm si fa sentire. Il segretario Nello Rossi definisce l’amnistia il «solo antidoto» agli effetti negativi dell’indulto e il presidente Giuseppe Gennaro parla di «tempo e denaro perso». «Sarebbe importante - aggiunge- ripensare questa decisione, anche se sappiamo che l'osservazione più ricorrente è che non c'è la maggioranza politica per varare l'amnistia».